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Il Vaticano e la persecuzione antiebraica in Italia.

“Il Vaticano e la persecuzione antiebraica in Italia. Una lettura dei documenti diplomatici della Santa Sede” è una ricostruzione puntuale delle vicende occorse fra il 1939 e il 1944,  in particolare dell’atteggiamento della Santa Sede di fronte alla persecuzione degli ebrei in Italia. Questo saggio di Liliana Picciotto è un’anticipazione del capitolo che comparirà nel volume edito da Yad Vashem, “Comprehensive History of the Shoah in Italy”.

La Fondazione CDEC, con questa anteprima, ritiene di contribuire nella maniera più obiettiva anche al dibattito in corso in Italia sul cambiamento della didascalia a commento dell’operato di Pio XII,  deciso recentemente dal Museo di Yad Vashem a Gerusalemme.

(English translation by Centro Primo Levi, New York


Il VATICANO E LA PERSECUZIONE ANTIEBRAICA IN ITALIA. UNA LETTURA DEI DOCUMENTI DIPLOMATICI  DELLA SANTA SEDE*

di Liliana Picciotto

La morte di Pio XI e la successione al Soglio pontificio del suo Segretario di Stato Eugenio Pacelli con il nome di Pio XII il 2 marzo 1939, avvennero l’anno stesso dell’inizio della II guerra mondiale. Il   Pontificato di quest’ultimo fu caratterizzato dalla ricerca di una neutralità’ assoluta tra I contendenti, un obiettivo perseguito con molta decisione che chiamava in causa il carattere personale del Papa, uso  a trattare  con la diplomazia internazionale  in veste di Segretario di Stato.

L' obiettivo  di conservarsi la possibilità’ di influire nei rapporti tra gli Stati  emerse fin dalla sua prima Enciclica, Summi Pontificatus (20 ottobre 1939). Nel solco delle idee pronunciate dal predecessore Pio XI,  questa Enciclica era nettamente antitotalitaria, ma senza riferimenti precisi, ne’ allo scontro specifico in corso in Europa, ne’ ai contendenti, ne’  tantomeno alle principali vittime del nazismo: gli ebrei d’Europa. Si trattava  di una prudenza diplomatica “attiva” avente lo scopo di poter "intervenire" e non certo come dice qualcuno  di "non intervenire".

In questo clima si collocò, a nostro avviso, anche la decisione di non pubblicare l’Enciclica  Humani Generis Unitas commissionata da Pio XI e già pronta in prima bozza. L’Enciclica, su cui tanto si è discusso a causa della sua mancata pubblicazione, conteneva ciò che apparirebbe oggi, e forse anche allora, una contraddizione ideologica. Era da una parte decisamente antirazzista e condannava con forza l’antisemitismo su basi razziste, riprovevole perché diverso da quello tradizionale e peculiare alla Chiesa. Ribadiva d’altra parte il primato intellettuale e morale dell’interpretazione cristiana  della questione ebraica, indicando nell’antigiudaismo il metro corretto per atteggiarsi agli ebrei.

Questo testo è di grande importanza non tanto perché, con la salita al Soglio pontificio di Pio XII, sparì dalla circolazione – e questo è senz’altro un fatto politico che è da esplorare come ottimamente hanno fatto Passelacq e Suchecky -,  ma soprattutto perché  si tratta dell’ultimo grande documento a nostra disposizione per conoscere la teologia cattolica in merito agli ebrei e all’ebraismo alla vigilia della seconda guerra mondiale. Che l’Enciclica  sia stata pubblicata o meno, che Pio XI abbia approvato o meno la sua prima stesura, ha meno  importanza di quanto si pensi, l’importante è sapere che Pio XI ne aveva ispirato i principi    e che la affidò a persone di sua fiducia a lui note per le opere e le idee che avevano già espresso in precedenza.

Pubblicarla nel 1939, avrebbe messo in difficoltà la Chiesa sia perché, con il suo antirazzismo, avrebbe assunto il significato di  far troppo pendere l’ago della bilancia contro il fronte nazionalista e fascista e quindi implicitamente giocare a favore del comunismo. Sia, d’altra parte, perché pubblicare  in maniera così esplicita tesi della tradizione antigiudaica avrebbe potuto suscitare scandalo internazionale presso le democrazie occidentali. Ciò soprattutto in un contesto  molto grave per l’incolumità degli ebrei  dopo la svolta di violenza data dal pogrom della Notte dei Cristalli   in Germania (11 novembre 1938).

Appare plausibile che un diplomatico raffinato, quale era per formazione culturale e attività pregressa Eugenio Pacelli, ritenesse più prudente in quel frangente soprassedere.

Quando la guerra scoppiò, Pio XII, pur distribuendo parole di solidarietà’ indistinta verso i popoli sofferenti, evitò aperte condanne contro la violenza nazista. Nel riserbo totale che egli si impose, alla preoccupazione di apparire neutrale, se ne aggiunsero altre due, assai fondate: il rischio di peggiorare le difficili condizioni in cui il nazismo aveva messo il cattolicesimo in Europa da una parte e il rischio di un scisma della cattolicità’ filonazista dall'altra, due pericoli reali, da evitare a tutti i costi.

Le notizie trapelate sullo sterminio

Prima di illustrare la reazione vaticana al grande rastrellamento degli ebrei di Roma del 16 ottobre 1943, diciamo subito che a quell’epoca la Santa Sede aveva ricevuto decine di informazioni e notizie sul genocidio degli ebrei in corso all’Est. Non le elenchiamo sistematicamente qui di seguito perché già studiate e riproposte sia da Giovanni Miccoli, sia da Susan Zuccotti nei loro ottimi studi. Ci limitiamo a citare le principali: la prima notizia documentabile venne dall’incaricato d’affari  in Slovacchia,   Monsignor Giuseppe Burzio  il 27 ottobre 1941  e riguardava i massacri perpetrati in Russia dai fucilieri delle Einsatzgruppen. Poi a partire dal gennaio del 1942 vennero le relazioni di don Pirro Scavizzi, cappellano su di un treno militare organizzato dall'Ordine di Malta in supporto al Corpo di Spedizione Italiano in Russia e inviato speciale del Papa per osservare le atrocità della guerra. Vennero poi via via gli avvertimenti di Gerhard Riegner, segretario del Congresso Mondiale Ebraico  di stanza a Ginevra che ebbe di prima mano l'informazione  del progetto nazista di sterminio discusso  alla Conferenza di Gross Wansee del 20 gennaio 1942 e che il 18 marzo 1942 fece  avere al Nunzio apostolico in Svizzera Monsignor Filippo Bernardini un memorandum  con una panoramica sulla situazione degli ebrei in Europa..  Il 14 giugno 1942, Monsignor Groeber, arcivescovo di Friburgo e poi il 29-31 agosto, il metropolita di Leopoli   dei Ruteni, Monsignor Szeptyckyj fecero sentire la loro voce in Vaticano. Nello stesso agosto del 1942, giunsero  in Vaticano informazioni  sul genocidio perpetrato in Polonia con il nuovo metodo del gas velenoso. A quell’epoca, il progetto di sterminio totale aveva assunto ormai la svolta tecnologica che lo caratterizzò fino alla fine del conflitto: introduzione del metodo dell’avvelenamento  tramite gas  e uso di locali stagni alle fughe di gas per introdurvi grandi masse di persone.

L’SS Obersturmfuehrer Kurt Gerstein, incaricato del rifornimento del gas nel campo di sterminio di Belzec in Polonia e testimone volontario dei crimini, informò il Dr.Winter, consulente legale di Konrad Preysing, Vescovo di Berlino, sulle gassazioni cui aveva assistito  e chiese che queste informazioni fossero trasmesse in Vaticano. Il  12 dicembre 1942, un alto prelato testimone dei massacri delle Einsatzgruppen, Monsignor Antonio Springovics, Vescovo di Riga, in una lettera a Pio XII dava informazioni sui massacri in Lettonia.

Sulla base delle informazioni continuamente pervenute che, è vero, erano sparse e imprecise, ma inequivocabili nella sostanza, la Segreteria di Stato vaticana, il 5 maggio 1943, compilò una nota che riassumeva le notizie fino ad allora ricevute sulla fine dell’ebraismo polacco: ”Ebrei. Situazione orrenda. In Polonia  stavano, prima della guerra, circa 4.500.000 di ebrei: si calcola ora che non ne rimangano (con tutto che  ne vennero da altri paesi  occupati dai tedeschi) neppure 100.000.

A Varsavia è stato creato un ghetto che ne conteneva circa 650.000: ora ce ne saranno 20-25.000.

Naturalmente parecchi ebrei sono sfuggiti al controllo; ma non è da dubitare che la maggior parte sia stata soppressa. Dopo mesi e mesi di trasporti   di migliaia e migliaia di persone, queste non hanno fatto sapere più nulla: cosa che non si spiega altrimenti che con la morte (…).

Speciali campi di morte vicino a Lublino (Treblinka) e presso Bret  Litowski: si racconta che vengono chiusi a parecchie centinaia alla volta in cameroni, dove finirebbero con l’azione del gas. Trasportati in carri bestiame, ermeticamente chiusi, con pavimenti di calce viva.”.

  Simili informazioni furono portate a Roma dalla suora Margit Slachta, venuta di persona a sollecitare un intervento della Santa Sede in favore degli ebrei slovacchi. Il 16 marzo 1943, il capellano militare in Russia Ottorino Marcolini, riferiva alla Segreteria di Stato  episodi raccapriccianti   sul trattamento  dei tedeschi verso gli ebrei.

Nell’ottobre del 1943, periodo della retata degli ebrei di Roma, si può dunque dire che la Santa Sede avesse la piena consapevolezza del genocidio in corso  anche se non era informata nei particolari dei metodi dello sterminio, e specialmente di quelli messi in atto a Auschwitz-Birkenau, resi noti solo nell’aprile- maggio del 1944 con la fuga in Slovacchia di 4 suoi detenuti.

Ma tale consapevolezza non aveva in nessun modo fatto cambiare il tradizionale atteggiamento  cattolico in merito all’ebraismo e agli ebrei come rivela il   sorprendente contenuto della  lettera di Padre Tacchi Venturi al Cardinale Maglione del 29 agosto  1943 con l’annesso  resoconto delle richieste di Tacchi Venturi stesso rivolto al Ministro degli Interni Umberto Ricci (Ministro dal 10 agosto 1943): “L’e..mo Cardinale Segretario di Stato di Sua Santità mi commette di rivolgermi alle competenti autorità del R. Governo italiano per ottenere che siano accettate le tre proposte che vengo ad esporvi, in materia della vigente legge razziale…”. 

Si era già nel periodo Badogliano, Mussolini era caduto il 25 luglio precedente, le leggi antiebraiche non erano state abolite per il timore del nuovo governo italiano di indispettire e insospettire i tedeschi.  La Santa Sede, anziché chiedere l’abrogazione delle leggi antiebraiche, si preoccupò di ribadire i tre problemi sollevati   nel 1938 con Mussolini ma mai risolti, problemi piccoli  davanti all’incombenza della Shoah da una parte e alla speranza (purtroppo disattesa da lì a qualche giorno)  degli italiani di avere acquisito un governo non più dittatoriale.  Padre Tacchi Venturi e il Cardinale Maglione, dopo la caduta di Mussolini, lavorarono per  ottenere a) il riconoscimento di arianità alle famiglie miste, comprendendovi il coniuge di stirpe ebraica; b) il riconoscimento di arianità ai catecumeni, cioè agli ebrei in attesa di battesimo anche dopo il 1° ottobre 1938; c) il permesso di trascrizione agli effetti civili dei matrimoni celebrati fra due cattolici di cui uno di stirpe ebraica.

Ma c’è di più, Tacchi Venturi nella sua lettera accompagnatoria alle richieste formulate al Ministro Ricci scrisse al Cardinale Maglione queste incredibili parole:” Ho ricevuto la venerata sua  del 27  c..m. e con essa l’esposto del sig.X   sulla situazione dei cittadini considerati di razza ebraica in generale e le famiglie miste in particolare. La ringrazio per avermelo comunicato, poiché il conoscerlo, se ha potuto essermi utile per l’ufficio  che fui autorizzato a compiere, torna bene a proposito  per conoscere ciò che si desidera e si vorrebbe vedere attuato dagli israeliti d’Italia; vale a dire il   perfetto ritorno alla legislazione introdotta dai regimi liberali e rimasta in vigore sino al novembre 1938. Nel trattare la cosa con S.E. il Ministro per l’Interno mi limitai, come dovevo, ai soli tre punti precisati   nel venerato foglio di Vostra Eminenza del 18 agosto guardandomi bene dal    pure accennare alla totale abrogazione di una legge la quale, secondo i principi e la tradizione della Chiesa Cattolica, ha bensì disposizioni  che vanno abrogate, ma ne contiene altre meritevoli di conferma.[…]”.

La tragica situazione degli ebrei italiani,da ben cinque anni offesi, segregati, impoveriti, privati dei loro diritti civili, perseguitati da una legislazione vessatoria, non fu ritenuta degna neppure di una menzione,  anzi la Chiesa ribadiva in maniera inequivocabile la sua simpatia verso le leggi di eccezione e verso la pratica della segregazione, in perfetta armonia con le dichiarazioni e gli scritti degli anni precedenti. Si  noti poi il tono di scandalo nel prendere atto dei desideri degli ebrei italiani  di ritornare alla legislazione dei regimi liberali, vecchio leitmotiv che coniugava l’ebraismo con l’aborrito liberalismo.

 Le richieste di Tacchi Venturi  furono di fatto superate  dall’articolo 31  del testo dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati (8 settembre 1943) che imponeva:” Tutte le leggi italiane che implicano discriminazione di razza, colore, fede od opinioni politiche saranno, se questo non sia già stato fatto, abrogate e le persone detenute per tali ragioni, saranno, secondo gli ordini delle Nazioni Unite, liberate e sciolte da qualsiasi impedimento legale  a cui siano state sottomesse. Il Governo italiano adempirà a tutte le ulteriori direttive che il comandante Supremo delle Forze Alleate potrà dare per l’abrogazione della legislazione fascista e l’eliminazione di qualsiasi impedimento  o proibizione risultante da essa”

Il regime di armistizio aveva valore nell’Italia meridionale liberata, il resto della Penisola, purtroppo rimasta sotto il giogo fascista e l’occupazione tedesca, doveva assistere a ben più gravi avvenimenti che travolsero  gli ebrei italiani.

La Santa Sede di fronte al rastrellamento degli ebrei di Roma

Torniamo ora alla cronaca degli avvenimenti che investirono la comunità ebraica romana nei tragici mesi di  settembre-ottobre  1943. Sottolineiamo innanzitutto che la Santa Sede seguiva con occhio attento e con una certa  preoccupazione le mosse  dell’occupante tedesco a Roma.

Voci di temuti provvedimenti tedeschi contro gli ebrei in Italia, avevano cominciato a circolare già il 17 settembre, una nota della Segreteria di Stato dichiarava:” […] Non si ha notizia, invece,   di provvedimenti del genere già in atto, in maniera specifica, contro gli ebrei. Sta, però di fatto che questi [gli ebrei] sono terrorizzati, e che corrono voci assai poco rassicuranti circa imminenti provvedimenti, specialmente contro i capi di famiglie ebraiche. Per non lasciare intentato un interessamento in loro favore, non si vede altra possibilità che quella di una raccomandazione in forma generale dell’Ambasciata presso la Santa Sede, a favore della popolazione civile di qualsiasi razza, specialmente per i più deboli.

All’uopo si potrebbe fa avere un appunto all’Ecc.ma Ambasciata di Germania ovvero far parola al sig. Ambasciatore, nel caso che egli fosse atteso prossimamente in Vaticano.[…].”

Il 18 settembre un esponente della comunità ebraica era venuta in Segreteria di Stato per chiedere assistenza per il  ricovero di almeno 150 ebrei stranieri, allora alloggiati presso le scuole israelitiche  che, non conoscendo la lingua italiana, potevano essere immediatamente identificati. Ne ricevette un rifiuto e il consiglio di far proseguire i rifugiati verso il Sud.

  In quegli stessi giorni  il consigliere dell’ Ambasciata tedesca presso la Santa Sede Albrecht von Kessel, tramite un suo amico , lo svizzero Alfred Fahrener, segretario generale di un istituto della Società delle Nazioni. si era preoccupato di gettare l’allarme per i prossimi provvedimenti tedeschi contro gli ebrei. Cosa di cui era, stranamente a conoscenza.

L’imposizione della taglia dell’oro sulla comunità ebraica romana il 27 settembre 1943 fu resa nota il giorno stesso in  Vaticano:” Mons. Arata fa sapere:

il dott.Foà, gran rabbino di Roma,[sic!] è stato chiamato dalla Polizia tedesca, la quale gli ha ingiunto di consegnare entro domani, ore 11, 50 kg d' oro.

In tale occasione ci furono le già citate  richieste di aiuto da parte ebraica alla Santa Sede e il 29 settembre, il capo dell’amministrazione speciale della Santa Sede, Bernardino Nogara, fece sapere al Cardinale Maglione:” Il dr.Zolli ieri alle 14 è venuto a dirmi che avevano trovati i 15 kg presso delle comunità cattoliche e che quindi non avevano bisogno del nostro concorso. Però pregava che non gli si chiudesse la porta nell’avvenire”.

Negli stessi giorni in cui le locali autorità tedesche a Roma erano state preavvertite  della prossima retata degli ebrei romani, analoga notizia  seppur confusa  era giunta da fonte italiana in Vaticano l’11 ottobre 1943:”Il signor X.Y.,  conosciuto personalmente da d. B. quest’oggi riferisce:

Il SIM, di cui egli fa parte, riorganizzato, funziona contro i tedeschi; secondo notizie fondate, Kesselring avrebbe chiesto a Rommel 3.000 SS allo scopo di formare delle pattuglie per le perquisizioni domiciliari a Roma. L’operazione dovrebbe cominciare il 18 e sarebbe condotta a termine in tre giorni con la cooperazione dei fascisti;

unica salvezza sarebbe solo un passo della Santa Sede, in favore di Roma, diocesi del Papa […].”

Si giunse così al giorno in cui la retata fu scatenata.

La prima a dare l’allarme della razzia nel ghetto fu la principessa Enza Pignatelli Aragona Cortes che il 16 ottobre, di buon’ora, fu svegliata da un’amica  abitante nelle vicinanze del ghetto che l’informava del fatto che i tedeschi  stavano arrestando  tutti gli ebrei, famiglie intere con donne e bambini, caricandoli su camion. La principessa era una fervente cattolica che si occupava di opere di carità ed era in ottimi rapporti con gli alti ambienti ecclesiastici romani.  Era già stata ricevuta dal Pontefice in udienza privata. Decise di uscire di casa  immediatamente per portare personalmente al Papa la tragica notizia. Poiché non aveva un’automobile, chiamò al telefono un assistente dell’Ambasciatore tedesco in Vaticano , Karl Gustav Wollenweber, che andò subito a prenderla con l’auto diplomatica e la condusse a destinazione.

Durante il tragitto, la principessa fece fare alla macchina una deviazione nel quartiere ebraico per accertarsi di persona di ciò che stava accadendo.

In Vaticano, fu ricevuta dal maestro di Camera, Monsignore Arborio Mella di Sant’Elia che la introdusse nella biblioteca privata di Pio XII. Egli   aveva da poco finito  di dire Messa.

Il Pontefice rimase sorpreso del suo racconto, disse che i tedeschi avevano promesso che non avrebbero toccato gli ebrei.  Prese il telefono alla presenza della principessa.

Di lì a poche ore, il Segretario di Stato della Santa Sede Cardinale Maglione, convocò l’Ambasciatore di Germania, Ernst von Weizsäcker.

Quella che segue  è la relazione sul colloquio,  scritta da Maglione stesso:” Avendo saputo che i tedeschi hanno fatto stamane una retata di ebrei, ho pregato l’Ambasciatore di Germania di venire da me e gli ho chiesto di voler intervenire in favore di quei poveretti. Gli ho parlato come meglio ho potuto in nome dell’umanità, della carità cristiana.

L’Ambasciatore che già sapeva degli arresti, ma dubitava si trattasse specificatamente di ebrei mi ha detto con sincero e commosso accento:” Io mi attendo sempre che mi si domandi :Perché mai voi rimanete in codesto ufficio?”.

Ho esclamato: No, signor Ambasciatore, io non Le rivolgo e non Le rivolgerò simile domanda: Le dico semplicemente: Eccellenza, che ha un cuore tenero e buono, veda di salvare tanti innocenti. E’ doloroso per il Santo Padre, doloroso oltre ogni dire che proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre Comune siano fatte soffrire tante persone unicamente perché appartengono ad una stirpe determinata….

L’Ambasciatore, dopo alcuni istanti di riflessione, mi ha domandato:” Che farebbe la Santa Sede se le cose avessero a continuare?”. Ho risposto: La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione.

L’Ambasciatore ha osservato: Sono più di quattro anni che seguo e ammiro l’attitudine della Santa Sede. Essa è riuscita a guidare la barca in mezzo a scogli d’ogni genere e grandezza senza urti e , se pure ha avuto maggior fiducia negli alleati, ha saputo mantenere un perfetto equilibrio. Mi chiedo se, proprio ora che la barca è per giungere in porto, conviene mettere tutto in pericolo. Io penso alle conseguenze, che provocherebbe un passo della Santa Sede… Le note direttive vengono da altissimo luogo… “Vostra Eminenza mi lascia libero di non ‘faire état’ di questa conversazione ufficiale ?”.

Ho osservato che io l’avevo pregato d’intervenire facendo appello ai suoi sentimenti di umanità. Mi rimettevo al suo giudizio di fare o non fare menzione della nostra conversazione, che era stata tanto amichevole.

 Volevo ricordargli che la Santa Sede è stata, come egli stesso ha rilevato, tanto prudente per non dare al popolo germanico l’impressione di aver fatto o voler fare contro la Germania la minima cosa durante una guerra terribile.

Dovevo pur dirgli però che la Santa Sede non deve essere messa nella necessità di protestare: qualora la Santa Sede fosse obbligata a farlo, si affiderebbe, per le conseguenze, alla divina Provvidenza.

“Intanto, ripeto: V.E. mi ha detto che cercherà di fare qualche cosa per i poveri ebrei: Ne La ringrazio. Mi rimetto, quanto al resto, al suo giudizio. Se crede più opportuno di non far menzione di questa nostra conversazione, così sia.

La debolezza e l’inanità dell’intervento del Cardinale Maglione, rimasto allo stadio di un colloquio privato  da tenere riservato, senza neppure assumere  la forma  di una Nota di protesta diplomatica, ma “in nome dell’umanità e della carità cristiana” e  facendo leva sul  “cuore tenero e buono” di Weiszaecker, emergono chiare. Si ha come l’impressione che l’intervento di Maglione, tanto timido quanto rassegnato, fosse stato fatto per una specie di dovere d’ufficio, ma senza il reale impegno che la situazione avrebbe richiesto. Rimane  oscura la frase dell’Ambasciatore tedesco “ che cosa farebbe la Santa Sede se le cose avessero a continuare?” cui Maglione rispose ventilando “una parola di disapprovazione”. Non ci è chiaro se il colloquio stesse avvenendo mentre la retata era ancora in corso, cioè tra le 5 e 30 del mattino e le 13 di sabato 16 ottobre, oppure stesse avvenendo, come è più probabile,  nel primo pomeriggio dello stesso giorno. Nel primo caso i due stavano parlando di sospendere la retata, nel secondo caso si riferivano al fatto  che la pratica delle razzie e degli arresti da parte tedesca sarebbe stata sospesa da quel momento in poi a Roma, sacrificando per ora gli ebrei già arrestati. E’ opportuno sottolineare   che   al di là del   linguaggio diplomatico “di cortesia”  usato da Weizsaecker, il contenuto delle sue parole convogliava molta più minaccia di quanta non ne appaia a prima vista: ”Mi chiedo se proprio ora che la barca è per giungere in porto, conviene mettere tutto in pericolo. Io penso alle conseguenze che  provocherebbe un passo della Santa Sede…Le note direttive vengono da altissimo luogo…”. La Santa Sede, in verità, non poteva non tenerne  conto in un momento in cui i tedeschi a Roma  facevano da padroni.

Lo stesso giorno 16, il Vaticano fece un altro passo in favore degli ebrei arrestati e riuniti nell'ex  Collegio militare italiano, loro provvisoria prigione in attesa che fosse pronto il convoglio di deportazione. Papa Pacelli inviò suo nipote, principe   Carlo Pacelli a conferire con il Vescovo Monsignor Alois Hudal,  rettore del Collegio di lingua tedesca S. Maria dell’Anima per indurlo a scrivere una  lettera di protesta da dirigere al  Generale Rainer Stahel, comandante militare della piazza di Roma. Ecco il testo della lettera che ottenne:« Mi permetto qui di parlarvi di un argomento  molto urgente. Un'alta autorità' vaticana, dell'entourage diretto del Santo Padre, mi ha appena avvertito che stamattina sono iniziati gli arresti degli ebrei di cittadinanza italiana. Nell'interesse delle pacifiche relazioni sinora intercorse tra il Vaticano e l’alto Comando militare tedesco, grazie innanzitutto all’intuito politico  e alla magnanimità di Sua eccellenza, che passerà un giorno alla storia di Roma,  La prego insistentemente di dare ordine che a Roma e dintorni questi arresti siano immediatamente sospesi. Il prestigio tedesco all'estero esige un tale provvedimento e lo esige anche il pericolo che il Papa prenda pubblicamente posizione contraria. Poiché tra non molto il Reich tedesco potrebbe servirsi del Vaticano per determinati incarichi – io so che già in marzo ci sono stati contatti - sortirebbe un grande danno per la questione della pace, se le persecuzioni degli ebrei portassero a un ulteriore dissenso tra il Vaticano e il Reich.".

Il giorno successivo, 17 ottobre, Stahel rispose telefonicamente al Vescovo Hudal:” Ho immediatamente mandato la lettera alla Gestapo locale e anche a Himmler, Himmler ha dato ordine che, in considerazione del carattere speciale di Roma, questi arresti sono immediatamente da sospendere.”

Stahel mandò anche un messaggio scritto in cui però parlò di tutt’altro, e cioè della sua completa estraneità al fatto.”[…] Riguardo al suo racconto che a Roma e dintorni sono avvenuti arresti di ebrei, le posso comunicare che, personalmente, come comandante militare non ho nulla a che fare con ciò. Si tratta di un’azione puramente poliziesca sulla quale non ho alcuna influenza perché i miei compiti sono puramente militari.  Nonostante ciò ho fatto senz’altro presente le sue preoccupazioni alle autorità competenti”.

Sottolineiamo il fatto che sia Hudal, sia Himmler parlarono di sospendere ulteriori arresti e che nessuno di loro fece cenno all’eventuale rilascio degli ebrei già in mano tedesca in procinto di essere deportati verso Auschwitz-Birkenau per i quali nessuno fino ad allora aveva chiesto il rilascio.

La lettera firmata da Hudal aveva per la verità un tono molto più netto e perentorio dell’amichevole colloquio tra Maglione e Weizsaecker, ma purtroppo era sbagliata quanto a interlocutori. Hudal non appare abbastanza in alto nella Curia romana rispetto all’importanza della questione e Stahel, essendo un Generale dell’esercito, come sottolineò lui stesso, non aveva nulla a che fare con gli arresti degli ebrei, arresti gestiti in ogni paese occupato  dalla Polizia di Sicurezza tedesca.

 Ad ogni modo, la forma della lettera impressionò i vertici tedeschi se il 23 ottobre successivo arrivò sul tavolo di Adolf Eichmann, potente funzionario del RSHA (Reichssicherheitspolizei, Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich) incaricato della questione ebraica in Europa, mandatagli dal funzionario del Ministero degli Esteri, Ernst von Thadden.

 L’ambasciatore tedesco in Vaticano Weizsaecker, il 17 ottobre, aveva nel frattempo mandato questo telegramma al Ministero degli Esteri tedesco: «Posso confermare la reazione del Vaticano di fronte alla deportazione degli ebrei di Roma, come vi ha riferito mons.Hudal. La Curia è particolarmente colpita perché l’azione si è svolta, per così dire, sotto le finestre del Papa. La reazione sarebbe forse attenuata se gli ebrei fossero utilizzati per dei lavori in Italia. Gli ambienti a noi ostili di Roma approfittano dell’accaduto per forzare il Vaticano ad uscire dal suo riserbo. È noto che i vescovi delle città francesi dove si erano verificate azioni analoghe hanno preso nettamente posizione. Il Papa nella sua qualità di pastore supremo della Chiesa e vescovo di Roma non potrà mostrarsi più discreto di loro. Si è cominciato a paragonare il Papa attuale con il ben più energico Pio XI: La propaganda dei nostri nemici all’estero coglierà certamente questa occasione per provocare una tensione tra la Curia e noi .».

E, invece, contro le stesse previsioni tedesche, l’unica reazione ufficiale della Santa Sede fu  uno sbiadito fondo apparso su L’Osservatore Romano del 25-26 ottobre 1943 dal titolo La carità del Santo Padre con  accenni quanto mai vaghi alla deportazione degli ebrei romani, in maggioranza già assassinati due giorni prima ad Auschwitz: "Al Santo Padre continua a giungere, più che mai e insistente e pietosa l'eco delle sciagure che l'attuale conflitto, col suo prolungamento non cessa di accumulare. L'Augusto Pontefice, com'è risaputo, dopo essersi invano adoperato per scongiurare lo scoppio della guerra, cercando di dissuadere i reggitori dei popoli dal ricorrere alla forza, oggi così tremenda, delle armi,  non ha desistito un solo momento dal porre in opera tutti i mezzi in Suo potere per alleviare le sofferenze che in qualunque modo sono conseguenza dell'immane conflagrazione. Con l'accrescersi di tanti mali è divenuta, si direbbe, quasi più operosa la carità  universalmente paterna del Sommo Pontefice, la quale non si arresta davanti ad alcun confine né di nazionalità, né di religione, né di stirpe. Questa multiforme ed incessante azione di Pio XII in questi ultimi tempi si è anche maggiormente intensificata per le aumentate sofferenze di tanti infelici. Possa tale benefica attività soprattutto per le preghiere dei fedeli di tutto il mondo, che con unanime consenso e con acceso fervore, non cessano dall'innalzare al Cielo, conseguire  in futuro risultati anche più vasti, ed affrettare il giorno  in cui sulla terra tornerà a risplendere l'iride della pace; e gli uomini, deposte le armi, estinta ogni discordia e rancore e ritrovatisi fratelli, collaboreranno finalmente con lealtà per il comune benessere".

 Il  28 ottobre 1943, non restò a Weizsäcker  che inviare  al suo Ministro degli Esteri la seguente  tranquillizzante relazione sugli umori vaticani:

«Il Papa benché sollecitato da diverse parti, non ha preso alcuna posizione dimostrativa contro la deportazione degli ebrei da Roma. Anche se dovrà calcolare che questa presa di posizione non gli sarà perdonata dai nostri nemici, e che gli ambienti protestanti dei Paesi anglosassoni la useranno per scopi propagandistici contro il cattolicesimo, egli ha fatto di tutto anche in questa situazione delicata per non compromettere il rapporto con il Governo tedesco e con le autorità tedesche a Roma. Dato che qui a Roma indubbiamente non saranno più effettuate azioni contro gli ebrei, si può ritenere che la questione spiacevole per il buon accordo Tedesco- Vaticano sia liquidata. Da parte del Vaticano vi sono sintomi precisi in questo senso. In data 25/26 ottobre “L‘Osservatore Romano” ha pubblicato, con particolare rilievo, un comunicato ufficioso sull’attività caritatevole del Papa nel quale, nello stile tipico del giornale vaticano, assai nebuloso e contorto, si dice che il Papa fa beneficiare della sua benevolenza paterna tutti gli uomini, senza differenza di nazionalità, religione, e razza.

Si dice inoltre che le molteplici attività di Pio XII si sono ulteriormente moltiplicate in questi ultimi tempi per le grandi sofferenze di tanti disgraziati. Contro questa pubblicazione, credo che non si possono fare obiezioni tanto più che il suo testo, che è qui allegato in traduzione, sarà da pochissimi preso come allusione alla questione ebraica».

Di nuovo Weizsaecker, in questa lettera, fece cenno non tanto al rilascio degli arrestati, ma alla sospensione di retate a Roma per il futuro, cosa che si riferisce  al fatto che la squadra speciale  di Dannecker, l'inviato da Eichmann per effettuare gli arresti di sorpresa rastrellando la Penisola da Sud a Nord si sarebbe spostata come previsto dalla città e che non vi avrebbe più effettuata una retata massiccia e concentrata come quella del 16 ottobre (in realtà, gli arresti a Roma continuarono anche in seguito per opera sia della polizia italiana, sia della polizia tedesca, provocando almeno altre 800 vittime).

Sulla genesi della  lettera che Monsignor  Hudal diresse al generale Stahel il 16 ottobre, sussiste qualche questione aperta.  Di quel testo infatti si hanno, stranamente, due versioni sostanzialmente simili, una più completa e dal tono più deciso  dell’altro. I documenti vaticani dicono che fu il nipote del Papa ad aver visitato e sollecitato Hudal, mentre l'ex attachè dell’Ambasciata tedesca a Roma (a Roma non in Vaticano) Gerhard Gumpert durante il processo a Ernst Weizsaecker, il 2 aprile 1948 diede  una versione differente, secondo la quale fu lui stesso (Gumpert) ad avere messo in allerta chi poteva e ad essere andato a trovare Hudal.   

 Seconda questa versione, parzialmente adottata anche da Robert Katz nel suo libro Sabato Nero, non appena avvertito dalla sua segretaria della razzia in corso, Gumpert  stesso telefonò al generale  Stahel che, alla notizia, cadde o finse di cadere dalle nuvole,  Gumpert si decise allora a telefonare  all’Ambasciata tedesca presso la Santa Sede per parlare con Weizsaecker. Poiché questi  era assente, parlò con l'assistente di questi, il già citato Albrecht von Kessel. Insieme, secondo Gumpert, concordarono che il miglior modo per far sospendere l’azione in corso sarebbe stato di ottenere una lettera scritta da un alto dignitario vaticano da presentare al generale Stahel, in modo tale da poter in seguito   usare la stessa lettera per fare leva su Berlino, tramite Weizsaecker. Nella lettera “ doveva emergere il disappunto del Vaticano e del Santo Padre di fronte a tali misure”.

Questa meccanica degli avvenimenti spiegherebbe perchè una versione del testo si trova oggi presso gli archivi del Ministero degli Esteri tedesco, proveniente dall’Ambasciata tedesca in Italia, e non proveniente  dall’Ambasciata tedesca presso la Santa Sede.

La questione dei rilasci di  prigionieri arrestati il 16 ottobre

Soffermiamoci ora sulle notizie  secondo le quali il colloquio Maglione -Weizsaecker del 16 ottobre 1943 provocò, se non altro,  molti  rilasci  di prigionieri. Tale idea proviene  dalla relazione di Sir Francis  Osborne al Foreign Office del successivo 31 ottobre che recita così: “As soon as he  heard  of the arrests of Jews in Rome Cardinal Secretary  of State sent for the German Amabassador and formulated some [sort?] of protest: The Ambassador took immediate action with the result that large numbers were released…Vatican  intervention thus seems  to have been effective in saving a number  of these unfortunate people. I enquired whether I might report this  and was told  that I might do so but strictly  for your information and not on account for publicity, since any publication  of information would  probably lead   to renwed  persecution”.

La fonte di Osborne è  Maglione stesso che, senza avene fatto cenno nella sua relazione sopra trascritta sul suo colloquio con l’Ambasciatore tedesco,  a voce, aveva probabilmente chiesto per davvero a Weizsaecker di rilasciare alcuni  dei prigionieri di suo particolare interesse. Il primo rilievo che s’ha da fare è che ciò non vuol ancora dire “con il risultato che un gran numero fu rilasciato”, come recita la relazione di Osborne. Il 18 ottobre, la Santa Sede consegnò in effetti a Weizsaecker una lista di 29 ebrei battezzati per ottenerne il rilascio, tra di essi c’era  Foligno, di origine ebraica, uomo di spicco e avvocato della Sacra Rota, cattolico di nascita con moglie e figli ariani, del quale è effettivamente documentato il rilascio.

Nulla si sa degli altri, per 5 di essi la Santa Sede inoltrò sollecito il 22 ottobre e di nuovo il 23 ottobre.

Quanto al rilascio dei non ebrei e degli ebrei coniugati con ariani, abbiamo la fortuna di aver potuto interrogare in proposito uno dei protagonisti di quella vicenda, Arminio Wachsberger, catturato  insieme alla moglie e alla figlioletta e incaricato  da Dannecker, per la sua conoscenza del tedesco, di tradurre gli ordini  agli ebrei prigionieri dentro al Collegio Militare. Wachsberger  afferma di essere stato richiesto di proclamare, dall’alto di un tavolo dove era salito per farsi udire meglio, che i non ebrei caduti per caso nella retata e i coniugi ebrei di matrimonio misto  sarebbero stati rilasciati. Wachsberger è sicuro che nessun messo del Vaticano avesse  avvicinato Dannecker. E, infatti, non occorreva nessun intervento per ottenere ciò che rispondeva già ad un preciso orientamento tedesco.

Il merito dei  rilasci, presentato da più parti come risultato di un intervento vaticano, è  da ascrivere alla prontezza di spirito di alcuni ebrei che si fecero passare per non ebrei come Bianca Ravenna e la figlia Piera Levi, ma soprattutto alla  precisione della diplomazia tedesca. A quell’epoca infatti, e per molti mesi, i coniugi ebrei di matrimonio misto ebbero anche in Italia, come in tutto il territorio del Reich, un trattamento di  favore, così come gli ebrei titolari di cittadinanza ungherese.

Il 17 ottobre, don Iginio Quadraroli, della II Sezione della Segreteria di Stato, scrisse a Maglione di essersi recato al Collegio Militare situato a Palazzo Salviati sul Lungotevere a portare un pacco di cibarie che gli era stato affidato. Ecco con le sue parole quale era la situazione: “[…]Non mi hanno fatto parlare con nessuno di essi[…]. Chi mi mandava mi ha detto che quei poveretti non hanno potuto avere ieri né bevanda né nutrimento.

Li ho veduti da lontano ricoverati nelle aule, poi metterli in fila per avere un pane. Ho notato una povera donna far cenno ad una sentinella SS che la sua bimba aveva bisogno di appartarsi. Ho veduto la sentinella negarlo recisamente. Ho veduto parimenti uscire una macchina con alcuni medici di S.Spirito recatisi per medicare quei poveretti che sono stati percossi. Nell’uscire ho appreso che una povera donna soffriva per un parto prematuro e difatti di lì a poco mi sono incontrato con l’ostetrica dell’ospedale, chiamata d’urgenza, la quale mi ha chiesto come poteva fare per entrare.

Sembra, a detta di alcuni che erano al di fuori che conoscevano degli internati, che vi si trovano anche persone battezzate, cresimate, e unite con matrimonio canonico.

Non è concesso ai reclusi poter avere indumenti, ma è ammesso solo provvederli di cibarie ed anche qualche rigo di corrispondenza, che si capisce, può rappresentare un’insidia .

Stupisce  la mancanza di soccorso, se non altro in pacchi, da parte della Santa Sede oltre che la mancata visita ai poveretti di un prelato per lo meno di grado superiore a quello di Quadraroli, se non proprio da parte del Pontefice stesso.

Ecco un riscontro delle aspettative, ben diverse, da parte dei miseri ebrei.  Il Vescovo di Padova, informato dal personale della Croce Rossa di stanza alla locale stazione dello stato pietoso dei deportati da Roma transitati il giorno 19 scrisse a Maglione nei seguenti termini :”Qualche giorno fa al transito per Padova di un treno di persone di razza ebraica deportate, molte di queste espressero a coloro che erano presenti il desiderio che venisse informato il vescovo del loro passaggio e delle pietose condizioni in cui si trovavano, perché a sua volta ne facesse edotto il Santo Padre.

Tale loro desiderio era reso vivo dalla speranza che al Padre Comune fosse possibile fare qualche cosa per alleviare le loro condizioni dolorose soprattutto con la preghiera e la benedizione.

Compio il pietoso ufficio e chino…”.

 Dopo la retata degli ebrei romani , la Santa Sede, fu investita da una quantità di  pressanti richieste di notizie da parte di parenti o amici delle vittime che durarono per tutto il mese di ottobre  molte delle quali furono convogliate verso Padre Tacchi Venturi che, il 25 ottobre, prese egli stesso l'iniziativa di sollecitare il Segretario di Stato Maglione:" […] frequentissime sono le preghiere che ricevo affinché perori la loro causa presso la paterna sconfinata carità del Santo Padre. In questi ultimi giorni, a cagione dell'iniquo, barbaro trattamento usato dai tedeschi contro questi infelici, le invocazioni sono straordinariamente cresciute di numero e di intensità. Vengo in modo speciale supplicato di ottenere che la Santa Sede faccia qualche stringente ufficio perché sia almeno fatto conoscere dove siano finiti tanti e tante ebrei anche cristiani, uomini e donne giovani e vecchi, adolescenti e bambini barbaramente quasi bestie da macello trasportati la scorsa settimana dal Collegio Militare alla Lungara. Un passo di questo genere compiuto dalla Santa Sede, anche se purtroppo non ottenesse il desiderato effetto varrà senza dubbio a d accrescere la venerazione e la gratitudine[…]".

Una richiesta ufficiale di aiuto alla Santa Sede fu redatta dal Presidente delle Comunità Israelitiche Italiane, Dante Almansi, e dal segretario romano della Delasem, Settimio Sorani. Quest'ultimo fu arrestato proprio mentre si recava con  la lettera dal capo della Legazione iugoslava presso la Santa Sede, Cyril Kotnik, sicché la petizione non raggiunse mai il  destinatario.

Il 27 ottobre, giunse al Papa uno straziante appello da parte del rabbino David Panzieri che era rimasto al suo posto in sostituzione del rabbino capo Israel Zolli allora  passato nella clandestinità. Panzieri si faceva interprete del dolore delle migliaia di persone della comunità ebraica di Roma per l’orribile ratto di esseri umani e chiedeva al Santo Padre di adoperarsi per il loro rilascio e il loro ritorno alle case. Se ciò non  fosse stato possibile, chiedeva almeno di permettere di far giungere vestiti invernali ai disgraziati tra cui lattanti, bambini piccoli, vecchi strappati dai loro letti in abiti da notte estivi: “[…]Aiutate questa gente Santissimo Padre, aiutateci e Iddio, Iddio grande e buono possa compensare l’alto vostro intervento […]. 

Alla Segreteria di Stato era giunta voce che perfino gli ambienti militari tedeschi avevano espresso impressioni assai sfavorevoli  per l'avvenuta deportazione degli ebrei di Roma e per l'assenteismo dell'autorità ecclesiastica in questo triste fatto.

Ci si mise perfino il rappresentante diplomatico della Svezia presso il Quirinale che, il 30 ottobre, si recò da  Montini " […] per sapere qualche cosa sulla sorte toccata agli ebrei portati via da Roma" e per dire che "[…] qualche atto pubblico della Santa Sede nei confronti di questi provvedimenti contro la vita di esseri umani sarebbe molto bene accolto".

Finalmente, il 6 novembre successivo, il Cardinale Maglione si decise a fare un passo in tale senso  presso Weizsaecker:” La nobiltà d’animo dell’Eccellenza Vostra mi incoraggia a chiederLe se non Le è possibile far sì  che sia accolta l’aspirazione di molti parenti od amici dei non ariani, recentemente arrestati in Roma, i quali desidererebbero avere notizie dei propri cari, e far giungere loro, eventualmente, qualche aiuto materiale. Numerose suppliche , infatti, sono giunte e continuano a giungere alla Santa Sede a questo scopo, così che un passo in tal senso, di Vostra Eccellenza presso le superiori autorità darebbero modo alla stessa S.Sede di recare sollievo a tante famiglie.

Maglione, benché fosse informato che gli ebrei erano stati ormai portati fuori dai confini italiani diretti verso nord (il treno fu avvistato a Vienna e il 28 ottobre la notizia del suo passaggio era giunta in Vaticano)  e   il Generale Stahel avesse detto chiaramente al Senatore Riccardo Motta, Commissario governativo di Roma che se ne era interessato, che gli ebrei non sarebbero mai più tornati nelle loro case, ancora una volta, tenne con Weizsaecker un tono dimesso e timoroso. E' l'atteggiamento rinunciatario verso il governo tedesco, tipico del Segretario di Stato, che abbiamo sottolineato già più volte. 

La politica di non intervento del Papa

Il Pontefice, dunque anche nel caso estremo degli arresti in massa degli ebrei a Roma, non era uscito dal   riserbo che si era imposto come idea-guida della sua politica e non pronunciò nessun discorso di disapprovazione che apparisse evidente a tutto il mondo. E’ lecito pensare, come già detto nel capitolo dedicato alla retata di Roma, che inizialmente il treno degli ebrei romani per rispetto al Papa fosse stato destinato al campo di concentramento di Mauthausen, ma che vista la debolezza della reazione vaticana fu invece diretto, come tutti i treni degli ebrei dell’Europa occidentale, verso il campo di sterminio di Auschwitz,

L’episodio di Roma, seppur il più grave per il luogo stesso dove si era svolto, non era che il culmine di una lunga serie di mancate risposte a sollecitazioni internazionali perché egli pronunciasse la sua parola di disapprovazione verso lo sterminio degli ebrei. Ricordiamo qui le principali: il 17 marzo 1942 dopo un colloquio   con il Nunzio apostolico   a Berna Monsignor Bernardini, i rappresentanti dell’Agenzia Ebraica, del Congresso Mondiale Ebraico e della Comunità ebraica svizzera   gli avevano fatto pervenire una supplica e una nota informativa:”[…] Prendiamo la libertà  di richiamare la Sua attenzione  in particolare sul caso della Slovacchia, della Croazia, dell’Ungheria e della Francia   non occupata, dove le misure già adottate  o in corso di adozione, possono forse essere ancora revocate o almeno  mitigate grazie all’intervento della S.Sede, come ci siamo permessi di suggerire a Vostra Eccellenza[…]” .

Il 30 luglio 1942 Harold Tittmann in mancanza di Myron Taylor, rappresentante diplomatico degli USA presso la Santa Sede  aveva inviato al Dipartimento di Stato un telegramma che diceva fra l’altro:” […] Nei miei recenti rapporti al Dipartimento, ho richiamato l’attenzione sul fatto che la mancanza di qualsiasi  protesta pubblica da parte della Santa Sede contro le atrocità naziste   metteva in serio pericolo il suo prestigio morale e minava la fiducia nella Chiesa e nel Santo Padre stesso.  A più riprese ho ufficiosamente ricordato   al Vaticano questo pericolo; alcuni miei colleghi hanno fatto lo stesso, ma senza successo. La risposta è sempre la stessa cioè che il Papa, nei suoi discorsi, ha già condannato i danni arrecati alla morale  in tempo di guerra e una maggior chiarezza rischierebbe di peggiorare la situazione.

Ieri l’ambasciatore del Brasile presso la Santa Sede è venuto a trovarmi per chiedermi se ero disposto a partecipare ad una iniziativa comune (non tanto collettiva, quanto simultanea) per persuadere  il Papa a condannare pubblicamente  e in termini ben precisi le atrocità commesse   dai nazisti nelle regioni    occupate dai tedeschi […]”.       

Il 14 e il 26 settembre 1942, sia Tittmann, sia Taylor avevano inviato lettere in tale senso al Cardinale Maglione:” […] L’incaricato d’Affari è altresì autorizzato dal suo Governo a sottolineare  che una simile condanna da parte del Santo Padre potrebbe contribuire a frenare gli atti di forza del regime nazista “. 

In quel mese di settembre del 1942,   secondo gli accordi presi tra loro, anche gli Ambasciatori di Brasile, Gran Bretagna, Belgio, Polonia avevano compiuto presso la Segreteria di Stato una serie di passi separati per chiedere la condanna dei massacri.

 Poco prima di Natale del 1942 il  rappresentante britannico Osborne aveva chiesto che la Santa Sede, dinanzi alla prossima dichiarazione comune degli stati alleati del 17 dicembre che avrebbe denunciato e condannato solennemente lo sterminio degli ebrei, facesse qualche cosa nello stesso senso.

 Un accenno alla questione del massacro degli ebrei è in effetti contenuto nel lunghissimo discorso radiofonico diffuso giovedì 24 dicembre 1942 dal titolo “Il Santo Natale e l’umanità dolorante”.

Nel penultimo paragrafo “Considerazioni sulla guerra mondiale e sul rinnovamento della società” compare la seguente formulazione:  Vogliono forse i popoli assistere inerti a così disastroso progresso? o non debbono piuttosto, sulle rovine di un ordinamento sociale, che ha dato prova così tragica della sua inettitudine al bene del popolo, riunirsi i cuori di tutti i magnanimi e gli onesti nel voto solenne di non darsi riposo, finché in tutti i popoli e le nazioni della terra divenga legione la schiera di coloro, che, decisi a ricondurre la società all'incrollabile centro di gravitazione della legge divina, anelano al servizio della persona e della sua comunanza nobilitata in Dio?

Questo voto l'umanità lo deve agl'innumerevoli morti, che giacciono sepolti nei campi di guerra: il sacrificio della loro vita nel compimento del loro dovere è l'olocausto per un nuovo migliore ordine sociale. Questo voto l'umanità lo deve all'infinita dolente schiera di madri, di vedove e di orfani che [….]. Questo voto l'umanità lo deve a […].

Questo voto l'umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento. …”.

L’accenno agli ebrei, in verità  poco ravvisabile, dovrebbe essere contenuto in questa ultima frase che, in ogni caso costituisce, rispetto all’intero discorso del Papa, un totale di 35 parole sulle 6.529 pronunciate.

Agli inizi di maggio del 1943, pressanti richieste di esponenti delle comunità ebraiche americane erano state inoltrate tramite il Cardinale Cicognani  alla Santa Sede, nelle quali  si chiedeva:” che Santo Padre possa con pubblico appello e preghiera arrestare massacro e deportazione”.

Prima del 16 ottobre 1943, Pio XII si era lasciato convincere  a pronunciarsi sulla questione non più di due volte.  Una  era stata, per l’appunto il sopraccennato messaggio di Natale del 1942:

Un’altra volta, il 2 giugno 1943, al Sacro Collegio,  nel contesto di un ampio discorso sulla funzione universale e sulla tutela dell’immagine della Chiesa: "alla quale spettava la denuncia del male senza contravvenire all’amore che essa era tenuta a mostrare a tutti” , aveva spiegato   il suo riserbo verso  i crimini nazisti  con la preoccupazione di evitare sciagure maggiori. I temi toccati nell’importante allocuzione erano stati: la tragica sorte del popolo polacco, il problema delle rappresaglie attuate dai tedeschi in vari paesi europei, lo sterminio degli ebrei d’Europa. Ecco il passo che riguardava questi ultimi:” (…) D’altra parte non vi meraviglierete, venerabili Fratelli e diletti Figli, se l’animo Nostro risponde  con sollecitudine    particolarmente premurosa e commossa alle preghiere di coloro che a Noi si rivolgono con occhio di implorazione ansiosa, travagliati come sono, per ragione della loro nazionalità o della loro stirpe, da maggiori sciagure e da più acuti e gravi dolori, e destinati talora, anche senza propria colpa, a costrizioni sterminatrici. (…) Né vi aspetterete che esponiamo qui partitamente tutto quello che abbiamo tentato e procurato di compiere per mitigare le loro sofferenze (…) Ogni parola da Noi rivolta a questo scopo alle competenti Autorità, e ogni Nostro pubblico accenno, dovevano essere da Noi seriamente ponderati   e misurati nell’interesse dei sofferenti stessi   per non rendere, pur senza volerlo, più grave e insopportabile la loro situazione.(…). Il Vicario  pur chiedendo solo compassione  e ritorno sincero alle elementari norme  del diritto e dell’umanità, si è trovato, talora, davanti a porte   che nessuna chiave valeva ad aprire..

Anche nel caso degli arresti degli ebrei romani, il Pontefice si attenne alla sua politica, così chiaramente enunciata appena il 2 giugno precedente.

Si noti qui ciò che lo studioso Giovanni Miccoli opportunamente sottolinea e cioè una sorta di crescente reticenza a nominare gli ebrei e a parlare esplicitamente di ebrei in pubbliche allocuzioni. Pio XII  ricorse in generale a circonlocuzioni    che evitavano di chiamarli con il loro nome. Li si chiamava, “popolazioni civili di qualunque razza”, “genti di determinata stirpe o nazionalità”, quasi che evitare di nominare gli ebrei fosse un modo per attestare la propria imparzialità. 

Pio XII si era imposto cautela e discrezione, cioè sostanzialmente non intervento personale (anche se numerose Note  furono emesse dalla Segreteria di Stato  in direzione dei paesi alleati della Germania, poco incisive perché circolanti solo nell’ambito diplomatico)  non solo in relazione alla questione degli ebrei, ma anche nelle altre gravi questioni  legate all’imbarbarimento dell’andamento bellico.  

Non si pronunciò neppure quando più tardi, nel marzo del 1944 a Roma, i tedeschi massacrarono alle Fosse Ardeatine 335 ostaggi di ogni religione.

L' idea che guidò il Pontefice in questa sua scelta fu la preoccupazione di apparire a tutti i costi super partes tra i contendenti in guerra (per poter forse giocare meglio eventuali carte negoziali? per non rischiare di apparire filo-sovietico?) coniugata ad  un certo timore di peggiorare la situazione delle vittime irritando i potenti e inducendoli a scelte ancor più radicali ( ma quali potevano essere le scelte più radicali che sterminare tutta una popolazione, senza eccezioni)  . Tutto ciò in aggiunta ad un certo scetticismo nell’accogliere le notizie delle atrocità antiebraiche, considerate a lungo esagerate.

Giocò sicuramente, perché negarlo, anche la paura delle minacce, neanche troppo velate espresse dai vertici nazisti. Dopo il discorso di Natale di Pio XII del 1942, il Ministro degli Esteri tedesco von Ribbentrop, per esempio, aveva incaricato il suo ambasciatore in Vaticano di conferire con il Papa:” Da alcuni sintomi parrebbe che il Vaticano sia disposto ad abbandonare il suo normale atteggiamento di

neutralità e a prendere posizione contro la Germania. Sta a voi informarlo che, in tal caso, la Germania non è priva di mezzi di rappresaglia”. Parole dure e chiare che si andavano ad aggiungere ai timori, ampiamente fondati, del Papa per l’incolumità dei preti cattolici antinazisti in Germania verso cui il governo tedesco non lesinava né arresti, né deportazioni nei campi di concentramento.

 La Santa Sede  rispetto alla politica antiebraica della RSI

La Santa Sede non riconobbe la neofondata Repubblica Sociale Italiana (RSI) sicché rapporti diplomatici formali non ve ne furono.  Anzi, in questa occasione, colse perfettamente la pericolosità della situazione nella quale si sarebbero trovati gli ebrei in Italia  con l'emanazione da parte della RSI dell'ordinanza secondo la quale tutti gli ebrei dovevano essere arrestati e internati in campi di concentramento. Contro tale ordinanza anche due alti prelati espressero grande preoccupazione:  il patriarca di Venezia  Adeodato Piazza e il Vescovo di Ferrara Ruggero Bovelli. Piazza si mosse addirittura prima ancora che il decreto fosse emanato facendo presente al Segretario di Stato la tragica situazione in cui si sarebbero trovati  gli ebrei in vista della legge repubblicana, redatta secondo la falsariga della legge di Norimberga. mentre Bovelli implorò l'intervento vaticano "presso chi di dovere in favore dei non ariani, specialmente di quelli membri di famiglie miste".

La maniera con la quale il problema della nuova gravissima legge antiebraica fu trattata è dispiegata in questa nota del Cardinale Maglione del 20 dicembre 1943:" […] Il generale Chieli che io avevo incaricato di pregare il maresciallo Graziani d'intervenire presso Mussolini a favore degli ebrei, mi comunicò ieri che Mussolini ha disposto che non s'inquietino le famiglie miste: altre modificazioni sarebbero pure allo studio: Vogliamo sperare! Quanto all'internamento ordinato da Mussolini, le autorità qui a Roma e in provincia cercano con calma un rifugio conveniente. Tardano a trovarlo e pensano che occorrerà ritardare. L'ecc.mo arcivescovo allude, naturalmente, ad un eventuale intervento presso il Governo repubblicano che ha emanato recentemente i noti gravi provvedimenti contro i non ariani. E' chiaro, però che un intervento della S.Sede diretto ed ufficiale non è opportuno nelle presenti circostanze. Si potrebbe inviare una letterina a padre Tacchi pregandolo di fare il possibile: padre Tacchi non è il Nunzio, quindi non si può prendere il suo intervento come un intervento diretto della Santa Sede.

Si potrebbe anche pregare Mons. Nunzio di dire o far dire una parolina, in via confidenziale, al maresciallo Graziani o a Buffarini-Guidi perché si usi misericordia specialmente verso le famiglie miste.

A mons. arcivescovo si può rispondere dicendo che la S. Sede come ha fatto per il passato, anche nelle attuali circostanze, cerca di venire in aiuto per quanto può dei non ariani, particolarmente delle famiglie miste. Certo sarà difficile ottenere quanto si domanda perché probabilmente il Governo repubblicano agisce sotto l'influenza delle autorità tedesche: ma, se non altro, si potrà sempre dire che la S. Sede ha fatto tutto il possibile per aiutare quegli infelici."

La filosofia di Maglione è qui espressa  perfettamente: privilegiare richieste di protezione per le famiglie miste, cercare di non provocare né nazisti, né fascisti, non tentare alcuna pressione, meglio rinunciare per non rischiare di apparire provocatori, calmare quelli che vorrebbero un intervento più deciso dichiarando che tanto è già stato fatto.

Di ben altro tenore fu l'articolo Carità civile comparso sull'Osservatore Romano il 3 dicembre 1943  che prese una decisa posizione contro l'ordinanza governativa del 30 novembre. L'articolo ne riportò per intero il testo e sottolineò che non venivano chiariti i motivi di tale inasprimento nei confronti degli ebrei. Ma, dichiarò,  quali che fossero tali motivi, i colpiti erano :" nella massima maggioranza… estranei a qualsiasi responsabilità,…innocenti di qualsiasi colpa: fanciulli, donne, vecchi, malati: i più esposti alle privazioni che un simile provvedimento reca con sé…". Concluse:" I tempi corrono angosciosi; è vivo il bisogno e il desiderio di non sentirli aggravati da nuove prove e preoccupazioni - prove e preoccupazioni che non si limitano a chi n'è direttamente colpito, ma, attraverso parentele, affinità, amicizie [si allargano] a vaste zone di popolazione -; […] imprescindibile il meritarsi la bontà e l'aiuto di Dio con la carità verso tutte le sue creature. Dio perdona tanto per un'opera di misericordia. […]Vediamo di essere giusti e misericordiosi[…]"

A conclusione di questo capitolo nel quale la Santa Sede è dipinta con alcune zone d’ombra,  sembra doveroso menzionare l'ampia opera di soccorso verso gli ebrei, dispiegata dal clero cattolico, sia secolare, sia regolare oltre che da membri dell’organizzazione Azione Cattolica. Sull’aiuto prestato agli ebrei sia dal mondo cattolico sia dalla società civile è in atto una grande ricerca su basi scientifiche della Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) dal titolo Memoria della Salvezza. La ricerca è sia qualitativa, sia quantitativa e porterà a conoscere capillarmente le reazioni della società ebraica di fronte alla shoah e la parallela reazione dei non ebrei rispetto alla medesima emergenza.

Quanto al mondo ecclesiastico strettamente detto,  istituti e  case religiose vennero aperte al massimo della loro capienza ad ebrei e ad altri perseguitati, politici, renitenti alla leva, ufficiali dell'esercito, una massa di persone dipendenti dal soccorso altrui e dai ricoveri sicuri prestati dal mondo ecclesiastico.

Come già detto, la Chiesa cattolica all'epoca delle persecuzioni da parte delle dittature , rimase strettamente attaccata alla sua tradizionale idea antiebraica. Questa idea, non aveva nulla a che vedere con l'idea antiebraica razzista del nazismo e del fascismo, ma fu tuttavia carica di conseguenze tragiche per la sua intrinseca forza interna e capacità di mobilitazione popolare. L'ostilità antiebraica della Chiesa  non impedì però che la carità cristiana, dispensata a tutti i perseguitati di allora   e a tutta la popolazione civile che soffriva enormi pene,  venisse estesa anche agli sventurati ebrei. E' materia ancora da studiare e sulla quale riflettere. In proposito ci sembra giusta la valutazione di Giovanni Miccoli:"… non fu necessario per questo che nessuno facesse nessuna revisione ideale del proprio sentire verso gli ebrei, semplicemente, nel momento dell’emergenza prevalse l’ideale di solidarietà cristiana" e di Emile Poulat: “…per agire efficacemente – salvare gli ebrei minacciati di morte, uomini, donne, o bambini – non era affatto necessario aver epurato la propria teologia e chiarificato il proprio pensiero: l’istinto cristiano, il riflesso umano erano sufficienti quando c'era il coraggio. Sarebbe venuto in seguito il tempo della riflessione…”.

La questione è espressa egregiamente dalle parole stesse di Monsignor Santin, Vescovo di Trieste nella sua lettera di protesta per il trattamento degli ebrei rivolta al vice governatore del Litorale Adriatico il 31 ottobre 1943: "…Perché inveire ancora contro di loro [gli ebrei]? Non sono miei fedeli ma la carità di Cristo e il senso di umanità non conoscono limiti…"

Uno degli esempi senz’altro più clamorosi di atteggiamento solo apparentemente contradditorio è quello del Cardinale Elia Dalla Costa Arcivescovo di Firenze che era senz’altro strettamente attaccato all’idea tradizionale della Chiesa sugli ebrei più volte ricordata, ma che , con ammirevole senso di carità, prestò aiuto materiale e morale al Comitato ebraico di soccorso ai profughi diretto dal rabbino Nathan Cassuto, aiuto che verrà meglio descritto nel capitolo dedicato alle retate di novembre 1943 a Firenze  e a quello sul soccorso.

Similmente si può citare l’atteggiamento, aggressivo in via di principio, verso gli ebrei del cardinale Adeodato Piazza, Patriarca  di Venezia, il quale nella lettera pastorale per la quaresima del febbraio 1938 aveva parlato di popolo deicida che aveva sfogato i suoi istinti sanguinari, di popolo che  si trovava implicato nelle più losche sette, dalla massoneria al bolscevismo, aggiungendo: “…questo popolo […] deve restare contrassegnato e ramingo come Caino, appunto per rendere testimonianza, pur nel suo odio inestinguibile, al divino Sangue versato e non espiato mai  e nella lettera per la quaresima del 1940, commentando un passo dell’Enciclica Summi Pontificatus di Pio XII, aveva affermato che “il popolo giudaico fatto deicida, pur frantumato e disperso, diventò lievito di tenebre, dovunque e in ogni tempo”.

Ebbene, lo stesso Piazza, meno di tre anni dopo, nella già citata lettera pervenuta in Vaticano tramite il cardinale Rossi, Capo della Congregazione del Concistoro, il 6 dicembre 1943, così si espresse:” Mi permetta di accennare  a Vostra Eminenza Rev.ma alla penosa situazione degli ebrei, che vengono tutti i giorni a chiedermi consiglio e aiuto, allarmati dalle dichiarazioni straniere e nemiche, e della prossima legge repubblicana che- si dice- sarà una falsariga della legge di Norimberga. In particolare apprensione sono i battezzati dichiarati già, o che saranno dichiarati, in base alla nuova legge, di razza ebraica, Sono certo che la Santa Sede farà tutto il possibile per salvare questi infelici, la cui sorte non può non preoccupare la Chiesa. Per parte mia ho accennato al penoso problema, suggerendo moderazione, al Console generale di Germania residente a Venezia, venuto a farmi visita “privata”. Mi promise il suo interessamento, ma poi che farà? Mi sono fatto ardito a scrivere a V. Em. Per il caso credesse di prospettare la cosa all.Em.o Card. Segretario di Stato o – addirittura- al S. Padre. E’ invero cosa della quale non possiamo disinteressarci” .


 

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*Questo saggio costituisce una versione ridotta di uno dei capitoli del libro “Comprehensive History of the Shoah in Italy” in preparazione per l’Istituto Yad Vashem di Gerusalemme

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Ultimo aggiornamento:  16/02/2017 - Sito aggiornato tramite "Faidate" CMS     [ Login ]