Fondazione CDEC Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea

fb

CDEC su Youtube

        
  Foto da "Kadima. Da Pellestrina alla Terra Promessa", mostra realizzata da Keren Hayesod Italia, Comunità ebraica di Venezia e Fondazione CDEC  
    Homepage   |  Contatti   |  Dove siamo   |  English   |  Trova  
           

 

 

 

Fondazione CDEC

Settori di Attività

Amministrazione trasparente


Risorse web

 

CDEC Digital Library

Mostra sulla Shoah in Italia

Le carte di Israel Kalk | Percorsi per la didattica

I Nomi della Shoah Italiana

Ebrei stranieri internati in Italia (1940-1943). Indice generale

Catalogo della Biblioteca / Library Catalogue

Quest. Issues in Contemporary Jewish History

Osservatorio antisemitismo

La rassegna mensile di Israel L'Accademia Musicale del Ghetto Veneziano

di CECIL ROTH

CHE cosa dice la musica ai Gentili? Certo, io sono staia rubata dalla terra degli Ebrei! (Genesi, XL, 15): così scriveva il satirico Immanuel di Roma, imitatore se non amico dì Dante, al principio del XIV secolo (1). Oggi è chiaro che il furto fu incompleto, o altrimenti che la ripresa è stata straordinariamente rapida. Se ciò è avvenuto devesi in non piccola misura all'Ebraismo italiano. La Comunità ebraica dell'antichità non significa soltanto un'associazione intesa all'osservanza di certi riti religiosi. Le attività sociali, dalla dotazione delle spose alla visita dei malati, formavano pure una sua preoccupazione: né erano trascurati i diletti della vita. Fra le arti, la pittura e la scultura erano quasi escluse (sebbene non del tutto, come si immagina generalmente) dalla rigida interpretazione del Secondo Comandamento. L'interesse artistico era perciò concentrato tanto più nella musica, contro la quale non valeva un'obiezione simile. Sicchè, se si considera la storia culturale dell'Italia all'epoca del Rinascimento, è impossibile trascurare la parte avuta dagli Ebrei in questa sfera importante. Essi dettero il loro contributo anche alla melodia ecclesiastica: per quanto coloro che lo fecero non poterono naturalmente rimanere fedeli alla loro religione avita. Il più notevole fra costoro fu Giovanni Maria, flautista germanico di origine ebraica, il quale, essendo profugo per effetto di un decreto di morte per un omicidio commesso a Firenze, si acquistò fama come flautista e compositore a Venezia e alla Corte papale, dove fu innalzato da Leone X alla dignità di Conte ed ebbe in feudo il castello del Verrocchio (2). Un altro protetto dal Papa fu Jacopo Sansecondo, segnalatosi per la sua bellezza personale e per la sua abilità di violinista, che servì di modello all'Apollo del Parnaso di Raffaello (3). Il loro contemporaneo, Elia Vannini, offrì alcuni suoi contributi alla musica sacra nel rifugio di un monastero carmelitano (4). Però l'infedeltà alla religione dei padri non è affatto un carattere immutabile degli artisti ebrei, anche quando i loro interessi erano del tutto laici, come quelli di «Guglielmo ebreo Pesarese », addetto alla corte di Lorenzo dei Medici, che compose il famoso Trattato dell'arte del Ballo, che si può dire il primo trattato che rimanga sull'arte della danza; o il suo contemporaneo «Giuseppe Ebreo» che mise in musica la Partita Crudele dell'altro (5).

Il centro di questa attività fu la Corte di Mantova, sotto la Signoria della dinastia dei Gonzaga. Qui gli artisti ebrei figurano assolutamente nella loro capacità ebraica. L'arte del teatro non era diventata ancora una professione, e quando la Corte desiderava una rappresentazione drammatica, era naturale che la imponesse (al pari di altri carichi) a quella parte della popolazione che ne aveva i mezzi e che forse aveva già dimostrato, nelle sue commedie di Purim, un senso istrionico notevole. Per cui, in tutto il periodo che va dal 1525 al 1605, qualunque volta che la Corte desiderava una commedia, l'obbligo - e le spese - ricadevano in generale sugli Ebrei. Si sa che, di venerdì, si doveva cominciare per tempo perchè lo spettacolo finisse prima di sabato; e che nelle feste o dovevasi ritardare oppure ridurre lo spettacolo delle sue parti più belle (6). Gli Ebrei non dovevano provvedere soltanto agli attori. Leone de' Sommi Portaleone, di professione Sofèr, per sua predilezione versificatore ebraico, e fondatore di una sinagoga nella sua città natia, può considerarsi come il primo impresario teatrale dei tempi moderni. Era poetastro prolifico e commediografo dialettale, sopra temi specialmente non ebraici. Il poeta Manfredi affidò a lui la rappresentazione di una delle sue commedie. Ma egli è soprattutto ricordato come autore di un volume (tuttora inedito) Dialoghi sull'Arte rappresentativa - la prima opera del genere -in cui egli dimostra un intuito delle minuzie dell'arte della scena, così progredito per la sua età, da essere sorprendente. Non è meraviglia quindi che l’Accademia degl'Invaghiti, non potendo ammetterlo come membro per causa della sua religione e per la dignità cavalleresca che la nomina comportava, gli conferisse il titolo di scrittore accademico (7).

Quanto alla musica, sarebbe stato possibile organizzare a Mantova, in quel periodo, un concerto del più alto pregio, composto esclusivamente di ebrei. Abramo dell'Arpa e suo nipote Abramino indicano col loro solo nome l'istrumento nel quale si segnalavano. Isacchino Massarano suonava il liuto, cantava da soprano, e insegnava musica e danza. David Civita era un compositore di un certo valore e dedicò le sue Premitie Armoniche (Venezia, 1616) a Ferdinando Gonzaga. Suo contemporaneo, e probabilmente concittadino, fu Allegro Porto, che pubblicò almeno tre volumi di composizioni originali, una delle quali dedicata all'Imperatore Ferdinando II.

Ma una famiglia mantovana si distinse particolarmente in quest'epoca. Salomone de' Rossi fu compositore fecondo; autore (oltre che di una gran quantità di opere non ebraiche) delle prime partiture musicali di melodie sinagogali che siano state pubblicate; i suoi meriti ebbero tale riconoscimento dal Duca che, come quel Leone de' Sommi che lo precedette, fu esentato dall'obbligo di portare l'infamante berretto rosso prescritto agli Ebrei per legge. Sua sorella, nota col nome di Madama Europa, fu celebre cantante; il figlio Anselmo fu suonatore e compositore. Nè si limita a costoro la serie degli artisti ebrei che si trovano alla Corte di Mantova in questo periodo (8). Le deficienze che si riscontrano negli altri, furono compensate da Simone Basilea, ventriloquo, che godette gli stessi privilegi di de' Rossi e che si dice avesse la facoltà di rappresentare da sè solo un'intera commedia, senza concorso d'altri (9).

PROTOTIPO del Ghetto italiano fu quello di Venezia, il quale grazie alla sua posizione, alla sua popolazione, alla sua cultura, fu uno dei più importanti della penisola. Non era naturalmente inferiore agli altri in questo campo. Ciò nondimeno bisogna distinguervi due classi: quella iperortodossa e un po' filistea, rappresentata specialmente dai nuovi immigrati dei paesi settentrionali, e la meno inflessibile e più estetica che era più specificamente italiana. Rappresentante maggiore di quest'ultima certo era Leone da Modena, questo prodigo ingegno, portento della sua età, che forse meglio d'ogni altro nel suo tempo rappresentava il Giudaismo verso il mondo esteriore. Dicesi possedesse una buona voce di tenore; studiò in gioventù la danza e la musica; e insegnò quest'ultima fra le ventisei professioni che, senza successo, praticò nella sua virilità. Nella città in cui esercitò la sua influenza, non è meraviglia che gli Ebrei avessero una parte eminente nella vita artistica. Anche nel secolo precedente, essi avevano rappresentato alcune commedie, sebbene non fosse permesso al resto della popolazione di goderne.

« In questa sera - scriveva Marin Sanuto il 4 marzo 1531 -in Geto fu fato tra Zudei una bellissima Commedia nè vi potè intrar alchuno christian d'ordine di Ca' de X e la compiremo a hore X di notte» (10). Ora, con ispavento di dotti come Azariah Picho e Samuel Aboab, fu veramente istituito nel Ghetto una specie di teatro regolare - a quel che pare coll'approvazione di Leone da Modena, se non col suo incoraggiamento - e uomini e donne d'ogni classe vi si affollavano promiscuamente (11). Una cantatrice di nome Rachel era nel 1609 figura familiare nei saloni della nobiltà veneziana (12). Leone stesso scrisse un dramma pastorale, Rachel e Jacob, di cui noi abbiamo notizia perchè egli fu costretto dalla necessità a impegnarne l'unica copia presso un amico (13): suo cognato Mosè si produsse in una commedia: e in quest'occasione il suo giovane figlio Mordechai ripeteva in modo irriverente: «Allora cantò Mosè - in un intermezzo!» (14).

Fino a questo punto, i puritani del Ghetto non potevano fare altro che irritarsi, poichè eran cose che riguardavan soltanto la vita sociale. Ma una volta entrati nella sinagoga, dinanzi al tentativo fatto di instaurare un più decoroso uso della melodia nelle funzioni religiose, essi si levarono in armi: non era quella un'imitazione dei Gentili - hukkat hagoi? Giulio Morosini, ebreo convertito (il quale nella sua giovinezza, quando chiamavasi Samuel Nahmias era stato discepolo di Leone da Modena) dà nella sua opera polemica Via della Fede una descrizione grafica delle scene della sinagoga a quel tempo, durante la Festa della Legge (Simhath Torah), descrizione la quale dimostra in che modo informe, per non dire burlesco, i suoi antichi correligionari tentassero di dare espressione alla loro passione musicale:

«Nella città, dove gli Ebrei hanno Ghetto, si tengono le Sinagoghe aperte tutto il giorno e tutta la notte.... Parimenti in molti luoghi, in particolare nella città di Venetia, si fa in questa sera come un mezzo Carnevale, perchè molte zitelle e spose si mascherano per non esser conosciute, e vanno a veder tutte le Sinagoghe. Concorrono anche nelle Sinagoghe in questo tempo Dame e Gentilhuomini Christiani per curiosità quasi più che nell'altre feste per vedere gli apparati.... (15) intervenendovi di ogni sorte di natione, Spagnuoli, Levantini, Portoghesi, Tedeschi, Greci, Italiani, et altri, e cantano ogni uno ad usanza propria; e perchè non adoprano instromenti, chi batte le palme alzando le mani, chi si batte le coscie, chi con le dita fa le castagnuole, chi suona la chitarra, grattandosi il giubbone, fanno' in somma con questi suoni, salti e balli, con sconcerti di faccia, di bocca, di braccia, e di tutte le membre tal mostra che sembra per appunto una mattacchiata di carnevale.... » (16).

Da questa descrizione si può dedurre quale urgente necessità ci fosse di introdurre una maggior disciplina nel servizio della sinagoga. Alla vigilia di Pentecoste del 1605, perciò, la Congregazione della grande Sinoga disegnata dal Longhena ebbe la piacevole sorpresa di udire un coro di una mezza dozzina di giovani ripetere alcuni inni con tutti gli ornamenti che solo uno studio profondo poteva far raggiungere. I pietisti si sollevarono subito in armi contro una tale innovazione non ebraica. Modena con alcuni suoi colleghi replicò immediatamente con un formale responso rabbinico, in cui dimostrava che alcuna obiezione possibile esisteva per chi possedesse una bella voce di esercitarla, nel miglior modo ch'ei poteva, per la gloria di Dio (17). Ciò veniva stampato diciassett'anni più tardi, insieme colla sua approvazione al Scir haScirim di Salomone de' Rossi, in cui egli insisteva (forse in modo un po' ottimistico) che nessun pericolo avrebbero sofferto le parole per causa della melodia (18). In un altro Responso discuteva la questione se fosse permesso ripetere il nome di Dio nella partitura musicale di un inno (19). E allorchè a Modena si consacrò un nuovo rotolo della Legge, egli compose, dietro richiesta di un amico, un poema speciale «da cantarsi in musica» per celebrare quel fatto (20).

Fin qui, l'attività nel campo musicale a Venezia era stata soltanto sporadica. Pochi anni più tardi, però, le nuove condizioni politiche offrirono il modo per un'attività più regolare. Nel 1628, la casa dei Gonzaga si spense, senza lasciare nessun erede più prossimo di Carlo di Rethel, Duca di Nevers. Gli Spagnuoli però non vedevano di buon occhio che un principe francese si stabilisse così vicino al Milanese; e, a loro istigazione, l'Imperatore Ferdinando attraversò le Alpi per muover guerra al nuovo Duca. Gli Ebrei di Mantova, assicuratisi del favore di quest'ultimo, si adoprarono a tutt'uomo a suo vantaggio, prendendo parte ai lavori per la fortificazione della città, anche a spese della santità del sabbato. Alla sua caduta, furono soggetti alla peggiore oppressione; e le loro sofferenze furono descritte da Abraham Massarano, figlio del musicista Isacchino, nella sua opera haGaluth vehaPedut (Venezia, 1634) (21). Un buon numero degli abitanti della Comunità erano già fuggiti a Venezia, prima che l'assedio cominciasse. Dovevano essere tra questi molti di quei musicisti che fiorivano presso la Corte Ducale, e dei quali abbiamo parlato: poichè è alla loro abilità ed esperienza che dobbiamo attribuire la fondazione, per la prima volta nel Ghetto veneziano, di una società musicale regolarmente organizzata. Di nuovo, dobbiamo lasciar parlare il rinnegato Morosini:

«Io mi ricordo bene di quello, che a' tempi miei successe in Venetia nel 1628, in circa, se non erro, quando da Mantova per causa della guerra fuggiti gli Ebrei, se ne vennero in Venetia. E coll'occasione che fioriva la Città di Mantova in ogni sorta di studii, anche gli Ebrei havevano applicato alla musica, e agli istromenti. Arrivati questi in Venetia si formò nel Gheto, che ivi sta, un'Accademia di Musica, nella quale per ordinario si cantava due volte per settimana di sera, e vi si congregavano solamente alcuni principali, e richi di quel Gheto che la sostentavano, tra i quali io pure mi trovavo: e il mio maestro Rabbi Leon da Modena era maestro di Cappella. In quell'anno essendo stati per sposi già descritti in questa festa due persone ricche e splendidi, delli quali uno era della medesima Accademia, fecero nella Scuola Spagnuola (ricchissimamente apparata, e adornata di gran argenterie e gioie) fare due cori ad usanza nostra per li musici, e le due sere cioè nell'ottava della festa Scemini Nghatzeret e Allegrezza della Legge, si cantò in musica figurata in lingua ebraica parte della Ngharbith, e diversi Salmi; e la Minchà, cioè il Vespero dell'ultimo giorno con musica solenne, che durò alcune hore della notte, dove vi concorse molta nobiltà di Signori, e di Dame con grand'applauso, sì che vi convenne tenere alle porte molti Capitani e Birri, acciò si passasse con quiete.

Tra gl'istromenti fù portato in Sinagoga anche l'Organo, il qual però non fù permesso da i Rabbini, che si sonasse per essere instromento che per ordinario si suona nelle nostre chiese. Ma' che? Tutto questo fu un fuoco di paglia, durò poco l'Accademia, e la Musica, si ritornò al pristino....» (22).

Morosini arriva a insinuare che la ragione del fallimento del tentativo sta nel fatto che l'Ebreo non era più adatto a ricevere il dono divino del canto. In questo però egli mostra tutta la malafede del rinnegato, e ciò rende sospetto di esagerazione anche quanto egli dice sullo scarso appoggio iniziale di cui godette l'istituzione. In parte, il declinare dell'interesse per la musica può attribuirsi alla graduale restrizione, operata dalla schiavitù del Ghetto, sul libero spirito ebraico. Ma la causa immediata del fallimento del tentativo è dovuta di fatto, come il suo principio, ad avvenimenti puramente esteriori. Nel 1630, infierì nell'Italia quella terribile peste che Manzoni ha immortalato nei « Promessi Sposi». Soltanto a Venezia, in un periodo di sedici mesi, morirono quasi 50.000 persone su una popolazione totale inferiore ai 150.000 abitanti. Anche gli Ebrei ne soffrirono gravemente, sebbene non nelle stesse proporzioni dei loro concittadini. La prima vittima fu colpita nel Ghetto Vecchio nell'autunno 1630, durante i giorni di penitenza. A partire da quel giorno l'infezione si diffuse rapidamente, cosicchè nei soli due mesi seguenti morirono non meno di 170 persone. Molti fra gli Spagnuoli fuggirono, specialmente nel Levante o a Verona. Fu per queste ragioni (non, come vuole la leggenda locale, per la decisa malevolenza del resto della popolazione) che la Comunità di questa città fu condotta alla perdita dei due terzi dei suoi membri, onde fu necessario di aggiungere una nuova sezione al cimitero per far posto alle vittime. Leon da Modena, con caratteristico fatalismo, rimase a Venezia, senza essere attaccato dal contagio, benchè, nella casa dove viveva, la sua fosse l'unica famiglia che non avesse a lamentare alcuna vittima. Non prima dell'inverno 1631 il contagio si potè considerare finito, e fu celebrata in tutte le sinagoghe veneziane una festa di rendimento di grazie, preceduta da un digiuno penitenziale, il primo di Kislev e il giorno precedente a questo.

Fra le vittime vi furono, a quel che sembra, molti membri del circolo musicale. Ciò condusse alla sospensione dell'attività regolare dell'Accademia, che d'allora in poi non ebbe che un'esistenza tronca, riunendosi soltanto in rare occasioni. Pure, anche così, essa sopravvisse per almeno nove anni, contrariamente alle affermazioni poco serene del Morosini. Ciò risulta da una lettera finora inedita di Leon da Modena, di cui conservasi un abbozzo, con altra sua corrispondenza, in un manoscritto del British Museum. È scritto malamente e pieno di modificazioni e cancellature, cosicchè il testo e il senso non possono stabilirsi con qualche certezza. Il significato generale però può esserne ricavato senza troppa difficoltà. Sembra che un amatore ebreo da poco stabilitosi nella città avesse fondato una nuova società musicale. Avuto notizia dell'istituzione analoga che già esisteva nel Ghetto, scrisse suggerendo qualche forma di collaborazione tra le due società: specialmente, sembra, lo scambio di composizioni originali. Toccò a Leon da Modena, come maestro di cappella e noto stilista, scrivere la risposta. La lettera da lui scritta, per quanto si è potuta decifrare e ricostruire, è la seguente:

(BRITISH MUSEUM, M S Or: 5395) (f. 23)

M.to M.co et ecc.te S.re

Hebbe una volta il nostro Congresso musicale nome giustam.te d'Accademia perchè v'erano alcuni non indegni d'esser connumerati tra musici e di voci e di mano. Era impresa che .... con molti d'istrumenti da suono appell.i col motto Dum recordaremur Sion.... dal Salmo 130 (sic) super jlumina Babilonii et il nome era de gli imperiti tutto per alluder all'infelice stato della Captività nostra che n'impedisce ogni atto virtuoso la compitezza. Ma aggiuntasi la sciagura che l'anno della peste perdemmo i migliori suggetti che v'erano, nostra compagnia rimase si sola, riservando il nome infatti, poichè, non più accademia, allhora per communi impedimenti rade volte siamo insieme e imperfettamente vien esercitata. Qual ella si sia però gradisce vivamente il bon effetto che V. S. per una gentilissima sua delli 28 passato dimostra e gli promette viridico contracambio, dolendosi molto più a noi non poter fruir della sua presenza, fermam.te in questa città che siamo sicuri che darebbe pienezza d'Armonia alle nostre intepidezze, godremo così volentieri l'effetto della sua cortesia se ne farà parte de frutti maturi che saranno prodotti nella nova loro Acad.a che ne significa, poiché di quà non gli potemo offerir altro tanto non havendo pianta fertile di Compositori, ma come sia sarà sempre da noi amato, stimato e raccordato degnam.te, e quale nella sua mem.a racc.ci altresì gli auguramo dal S.re ogni felicità.

Ven.a 2 Ag.to 39.
D. V. S. M.co et Ecc.te
Aff.mi sempre
La Compagnia dei Musici del Ghetto di Ven.a

L’IMPORTANZA di questo documento è considerevole. È l'unica fonte ebraica che confermi, l'esistenza di cotesta Accademia pressoché mitica e della parte che v'ebbe Leone da Modena. Esso mostra chiaramente le relazioni che l'Accademia (e quindi il Ghetto come tale) manteneva ancora col mondo esteriore, prima che la politica di repressione divenisse effettiva. Ci informa per la prima volta sulla vera ragione dell'insuccesso dell'esperimento: resultato di un grave disastro generale e non soltanto di apatia interna: e indica che con tutto ciò essa cercò, di protrarre la sua esistenza per altri nove anni almeno. Interessante sopra ogni altra cosa è il fatto ch'esso ci dà il titolo vero dell'istituzione. Era conosciuta al mondo non ebraico col nome di: La Compagnia de' Musici del Ghetto di Venezia per quanto si chiamasse con una falsa modestia molto caratteristica L'Academia degli Imperiti. Ma ogni associazione del Ghetto si conferiva un nome addizionale tolto da qualche verso biblico: dalla Hebrat Hesed veEmet che emulava verso i morti l'estrema «pietà e verità» che Giuseppe aveva prestato a suo padre, ai Sciomerim 1aBoker che salutavano lo spuntar dell'alba con preghiere ed inni. La società musicale trasse la sua ispirazione dal più bello e più commovente di tutti i Salmi ebraici (CXXXVII): «Sui fiumi di Babilonia, ivi sedevamo: sì, piangevamo ricordandoci Sion. Sui salici in mezzo ad essa avevamo appese le nostre arpe. Perchè là i nostri nemici ci chiedevan parole di canto, e i nostri derisori - gioia. Come potevamo cantare il Canto del Signore sopra una terra straniera? …».

Dalle ultime parole del primo verso la Accademia musicale Veneziana, dalla breve vita, trasse il suo nome: - Bezochrenu et Zion - Dum recordaremur Sion.

CECIL ROTH

(1) Machberot Immanuel, § 5.

(2) Vogelstein - Rieger, Geschichte der Juden in Rom, 11, 35, 119-121, 433-5. Cassuto, Gli Ebrei a Firenze nell'età del Rinascimento, pp. 192-3, 199, 228, 229.

(3) Vogelstein - Rieger, op. cit. II, 35, 120-1. Si dice pure che Giovan Maria servisse come modello per il violinista di Sebastiano del Piombo.

(4) Fétis, Biographie Universelle des Musiciens, VIII, 307- 8.

(5) Cassuto, op. cit., pp. 193, 326. Il Trattato è stato più volte ripubblicato negli ultimi anni. Cf. C. Mazzi in Bibliofilia, XVI, (1914-5), 185-209.

(6) Alessandro D'Ancona, Gli Ebrei di Mantova e il Teatro; Parte V della seconda appendice alla sua grande opera Origini del Teatro Italiano.

(7) David Kauffman, Leone de Sommi Portaleone: Der Grammaliker and Synagogerigrander von Manina, nelle sue opere complete. III, XVII (ripubblicato dalla Jewish Quarterly Review, X. 456-461). Vedi pure D'Ancona, ab! capra.

(8) E. Birnbaum. lúdísche Masik am Hole von Mantua, in Kalender fiir Israeliten fúr das Jahr 5654 (Vienna 1893). Vedi pure Paul Netti in Die Wahrheit, 1926.

(9) D'Ancona, I. cit.

(10) Sanuto, Diarti, ad diem. Secondo la data è probabile che si trattasse di una specie di giuoco di Purim.

(11) Responsa Debar Shemuel, § 4.

(12) Romanin, Storia documentala di Venezia, VIII, 357.

(13) L. Blau, Leo Modenas Briele und Schrijísfúcke, § LXV. Vedi pure I' Introduzione, p.

(14) Ibid. § CXVI - CXVIII. Introduzione p. 153-4.

(15) Questo brano è qui citato integralmente per la chiara luce che getta sulla corrispondenza, finora un po' oscura, intorno all'uso delle maschere negli ultimi giorni dei Tabernacoli. Vedi ibid. g CLIV, CLV, e l'introduzione, p. 154: Debar Shemuel, § CCXLVII.

(16) Via della Fede (Roma, 1683), pp. 789, 790. Per la vita del Morosini nei suoi aspetti ebraici, vedi Simonsen, Giallo Morosini's Milteilungen aber Leon da Modena, nel Berliner Festschrift. Un importantissimo particolare dato in altro punto del libro è che, nella Venezia del XVII secolo, gli Ebrei recitavan delle preghiere non solo a favore del Doge e Signoria, ma anche del Gran Turco (p. 576)! Probabilmente á vuol alludere ai soli Levantini.

(17) Vedi Libowitz, Leon Modena, (New York, 1901) pp. 96-7.

(18) Introduzione al Scir haScirim (Venezia, 1623).

(19) Responsa Ziknè fehudah (British Muscurn, Ms. Or. 27148), § CXXXI, pagine 97-8.

(20) British Museum, Ms. Or. 5395, p. 60.

(21) Per quest'episodio, vedi Mortara, lehiel Norzi, in Corriere Israelitico, Volumi I e 11. Il sig. J. Leven, del British Museum, possiede una reliquia interessante di questa tragedia - una copia del Midrash Tchillim, (Costantinopoli 1512) acquistato da Leone da Modena nel 1629 da Joshua da Perugia, il quale vendette molti libri dalle spoglie della Santa Comunità di Mantova!

(22) Via della Fede, p. 793.

(23) Per questi particolari, vedi l'autobiografia ebraica di Leone da Modena Hayyè Jehudah (ed. Kahana, Kiev, 1912) pp. 49 e 51, e per la peste di Venezia in generale, Musatti, Storia di Venezia, II, 72-4. L'epidemia di Padova è descritta graficamente dal medico-rabbino Abraham Catalano nel suo Olam hafuch. Cfr. Lelio della Torre, Le Ghetto de Padoue pendant la Peste de 1631, nei suoi Scritti Sparsi, II, 300-333. Sull'Accademia Musicale in generale Cfr. anche l'articolo di I. Zoller, Theater and Tanz in den italienischen Ghettis, in Mitteilungen zur jüdischen Volkskunde, Vol. XXIX.

 

Scarica il testo in formato PDF (5.049.219 byte)

 

 

 

              collega allegato

copyright Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC ONLUS  via Eupili, 8 - 20145 Milano  CF: 97049190156  IVA: 12559570150  Telefono 02.31.63.38; 02.31.60.92  Fax: 02.33.60.27.28