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La storia degli ebrei nei nuovi musei d'Europa: le foto della serata

Martedì 23 aprile, in occasione dell'inaugurazione del nuovo Museo ebraico di Varsavia, il Consolato generale di Polonia in Milano, insieme a Fondazione CDEC e Fondazione Corriere della Sera, ha organizzato l'incontro "La storia degli ebrei nei nuovi musei d'Europa".

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Alla serata, organizzata da Fondazione CDEC, Consolato generale di Polonia in Milano e Fondazione Corriere della Sera, hanno preso parte Barbara Kirshenblatt-Gimblett (Museo Ebraico di Varvasia),Carla di Francesco (Fondazione MEIS Ferrara) Annalisa de Curtis (Memoriale della Shoah di Milano).  Michele Sarfatti, direttore della Fondazione CDEC, ha introdotto i lavori. Riproponiamo qui il testo del suo intervento.   

Gentili Signore e Signori,
l'iniziativa di oggi scaturisce dallo stimolo della vice-console di Polonia a Milano dottoressa Zuzanne Schnepf-Kolacz, che ringrazio caldamente. Così come ringrazio la Fondazione Corriere della Sera per l'ottima ospitalità.
Lo spunto viene dalla recentissima inaugurazione (venerdì scorso) a Varsavia dell'edificio destinato ad ospitare il nuovo Museo di Storia degli Ebrei Polacchi a Varsavia.
E questa inaugurazione è avvenuta l'altro giorno, poiché nell'aprile di settanta anni fa (nel 1943) avvenne l'insurrezione armata degli ebrei ancora vivi all'interno del ghetto di Varsavia.
Permettetemi di dedicare due parole a questo evento, il cui giorno centrale fu il 19 di aprile, ovvero, secondo il calendario ebraico, il 27 del mese di Nissan.
Fu una rivolta organizzata, già dai mesi precedenti. Ebbe come protagoniste le organizzazioni giovanili ebraiche.
Quasi tutti i rivoltosi caddero nel suo corso o furono arrestati, deportati e uccisi col gas.
Si trattò della prima insurrezione armata di un centro urbano contro la dominazione nazi-fascista in Europa. Dimostrò che, quando ve ne fu la possibilità, gli ebrei non si rassegnarono a finire i loro ultimi giorni come pecore imbelli portate al macello. Fu invece un atto di vita, di vitalità, di autonomia, di giustizia, di eroismo. Il loro ricordo ci serva da esempio e da stimolo alle nostre riflessioni e alla nostra consapevolezza di europei moderni.
Dunque, noi stasera ascolteremo le presentazioni dei Musei nazionali dell'ebraismo in corso di realizzazione a Varsavia e a Ferrara. Ciascuno di essi avrà anche una sezione espositiva dedicata alla Shoah, ed è per questo che, essendo a Milano, abbiamo incluso in questa serata anche la presentazione del Memoriale della Shoah in corso di completamento qui a Milano, nell'edificio della Stazione Centrale.
Debbo qui precisare che in Italia c'è una terza opera in corso di realizzazione: il Museo della Shoah di Roma, per il quale sono già stati approvati il progetto definitivo e lo stanziamento dei fondi, ed è imminente la pubblicazione del bando europeo di costruzione. Una volta realizzato, questo Museo romano sarà un elemento importante della vita e dell'identità della città e del Paese, ed è nostra intenzione proporre prossimamente ai milanesi una sua presentazione pubblica.
I tre relatori che parleranno dopo di me, illustreranno le caratteristiche progettuali e culturali delle tre realizzazioni di Varsavia, Ferrara e Milano; a me spetta tratteggiare una sorta di contesto complessivo e delineare alcune delle tante problematiche che li caratterizzano.
La prima concerne il fatto che l'attuale sviluppo di una rete europea (ed extraeuropea) di musei dedicati alla storia, alla cultura e all'arte ebraica costituisce un fatto del tutto nuovo.
In Israele esistono da molto tempo il Museo della Diaspora di Tel Aviv (recentemente rinnovato), la sezione di storia dell'Israel Museum di Gerusalemme e il piccolo, preziosissimo e italianissimo Museo Umberto Nahon di Arte Ebraica Italiana, sempre a Gerusalemme.
Per gli Stati Uniti d'America occorre segnalare perlomeno il Jewish Museum di New York e lo Skirball Museum a Los Angeles, ma l'elenco completo sarebbe assai lungo.
In Europa gran parte delle maggiori esposizioni di storia ebraica sono state aperte negli ultimi venticinque anni. Così a Parigi, con il Musée d'Art et d'Histoire du Judaism, allestito nel 1988 e che si apre con un Aron - l'Arca Santa - del ‘400 proveniente dalla sinagoga di Modena.
All'anno precedente risale la nuova collocazione del Museo Storico Ebraico di Amsterdam.
Come è noto, il Museo Ebraico di Berlino ha avuto un parto travagliato: nel 1999 fu inaugurato l'edificio progettato da Libeskind, mentre l'esposizione permanente - caratterizzata da uno stile sorprendentemente conflittuale con quello dell'edificio - fu aperta al pubblico nel 2001.
Pochi anni fa è stata inaugurata l'esposizione di Londra, frutto, come già ad Amsterdam e a Parigi, della riunione e dell'arricchimento di precedenti piccole esposizioni.
Oggi ci complimentiamo per l'inaugurazione dell'edificio del Museo della Storia degli Ebrei Polacchi, e tra poco esso vi verrà descritto da una delle sue principali progettatrici.
L'Italia risulta quindi l'ultimo grande paese europeo a realizzare un museo ebraico: il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - MEIS di Ferrara, il quale pure vi verrà presentato tra pochi minuti. Le leggi che lo istituirono risalgono al 2003 e al 2006, ma qui da noi le cose non sono mai semplici...
Per comprendere la situazione italiana nella sua completezza, bisogna però tener presente che nella nostra penisola esiste una ricca rete di Musei Ebraici cittadini - non presente nel resto del continente.
Tra essi vanno menzionati per primi quelli di Roma e Venezia, pienamente inseriti nei circuiti internazionali, e poi almeno quelli di Firenze e di Casale Monferrato.
La progettazione e la realizzazione dei Musei ebraici europei ha leggermente preceduto il fenomeno della progettazione e realizzazione dei Musei europei della Shoah, o come ancora si dice in inglese, dell'Olocausto.
Tra i primi e i secondi vi sono notevoli differenze, anche se i Musei dell'Ebraismo contengono sempre una sezione dedicata alla Shoah. Il fatto è che i primi "musealizzano" una storia di lunga durata, comprendente molte pagine positive di felice coesistenza cristiano-ebraica, quindi una visione degli ebrei quali "soggetti" della propria storia, e non semplice "oggetto" della persecuzione.
Mentre i secondi hanno il fine di illustrare una storia che è innanzitutto "non-ebraica", nel senso che è la storia della persecuzione e di come essa infierì.
Ovviamente qui non è questione di porre in contrapposizione le due tipologie di esposizione, bensì solo di osservarne le diversità.
Entrambe le tipologie peraltro rispondono alla comune esigenza delle società postbelliche, specialmente europee, di essere consapevoli sia della ricchezza della storia della minoranza ebraica, sia della gravità della persecuzione lanciata contro essa nel secolo scorso.
Pur nella diversità di ciascuna situazione nazionale, oggi possiamo dire che in gran parte del continente esiste (o sta per esistere) un grande museo, sostenuto dallo Stato, dedicato a una minoranza. E' la prima volta che ciò accade nella storia. A mio parere, di là dei motivi che hanno portato a questa situazione, è un segno di grande civiltà: le maggioranze infatti in genere si auto-conoscono molto bene; ciò di cui hanno maggiore bisogno è proprio di conoscere meglio le proprie minoranze.
A New York e Los Angeles i testi esplicativi presenti nei percorsi espositivi propongono frequentemente il vocabolo "identity", affermando quindi anche in tal modo che tra i loro maggiori scopi vi è quello di presentare gli ebrei a se stessi, rafforzandone l'autoconoscenza e fornendo appunto un solido riferimento identitario, oltreché quello di mostrare se stessi agli altri, all'interno del tessuto connettivo tra gruppi distinti che caratterizza la società statunitense.
Nei musei tedeschi è denso e continuo il richiamo - esplicito o implicito - alla Shoah: lì più che altrove è forte la comunicazione che gli ebrei "c'erano" già molti secoli addietro, hanno fatto parte - pur se come minoranza spesso segregata - della società "nazionale", e ne sono stati poi eliminati (dapprima con l'emigrazione indotta, che coinvolse circa metà di quell'ebraismo, poi con lo sterminio, progettato proprio a Berlino e diretto anche contro altri milioni di ebrei europei). Sia la "presenza" precedente, sia la "assenza" determinata dalla Shoah, sono rimarcate con forza ed espressività.
I Memoriali della Shoah - come quello di Milano, anch'esso oggetto di questa iniziativa - costituiscono una categoria ancora differente. Essi infatti sono insediati nei luoghi stessi in cui accadde la Shoah (come la Stazione Centrale di Milano) o sono realizzati in luoghi "neutri", "inerti", destinati a divenire "luoghi di memoria" proprio a seguito dell'erezione di un Memoriale.
Come si vede, per essi l'aspetto più rilevante è il luogo nel quale vengono realizzati.
Sotto questo aspetto, è importante sottolineare che, per via della struttura e della storia dell'area di carico delle vittime della Stazione Centrale di Milano, non esiste in terra europea un altro Memoriale che sia così grande e così - lasciatemelo dire - solenne (talora sembra quasi una cattedrale della morte).
Se è vero che un Museo della Shoah consiste essenzialmente nella sua esposizione, è altresì vero che anche un Memoriale della Shoah ha pur sempre bisogno di offrire un percorso espositivo, per consentire ai visitatori di conoscere la storia di ciò che vi avvenne.
Tornando ai Musei dell'Ebraismo, è forse utile proporre alcune altre considerazioni. Il vocabolo "italiano" o "polacco" che compare nelle loro denominazioni, deve a mio parere essere riferito più alla volontà statale di realizzarli, che all'esperienza storica ebraica, contrassegnata anche da espulsioni e da spostamenti da una regione europea all'altra.
La seconda considerazione è che i Musei ebraici riusciti sono quelli che tengono conto dell'autonomia e della vitalità ininterrotta dell'ebraismo, e quindi espongono la sua vita partendo da esso stesso (e non dall'approccio che ne ha la maggioranza cristiana) e la illustrano come una esperienza storica in continua evoluzione e non come una civiltà antica estinta, simile agli egizi o ai cartaginesi.
Peraltro poiché non vi fu mai separatezza totale, la storia degli ebrei è anche la storia delle relazioni tra ebrei e non ebrei.
Allo stesso tempo, poiché motivi di lavoro, di curiosità o di persecuzione hanno determinato continui spostamenti di gruppi di ebrei da una regione all'altra, la storia degli ebrei in un determinato territorio è anche la storia dell'incontro e dello scambio tra differenti gruppi comunitari ebraici.
Questo tema dell'altro forse caratterizza i musei ebraici più di molti altri.
Infine, poiché oggi parliamo anche del museo italiano (il MEIS di Ferrara), lasciatemi dire che a lui spetta una sfida particolare. Sarà infatti l'unico grande museo ebraico fuori di Israele che potrà e dovrà raccontare una presenza sviluppatasi per oltre duemila anni e senza interruzioni.
Infatti le autorità religiose cristiane e cattoliche di Roma sono sempre state contrarie ad espellere gli ebrei dalla città, anche quando essi venivano espulsi da Napoli, Milano e altre località. Quindi il MEIS ha dinnanzi a sé la sfida di realizzare un'esposizione che non ha precedenti in questo continente.
Noi auspichiamo e siamo convinti che Ferrara ce la farà, così come ce la sta facendo Varsavia, così come stanno procedendo velocemente il Memoriale della Shoah di Milano e il Museo della Shoah di Roma.
E auspichiamo e siamo convinti che, a proprio modo, con le proprie tematiche espositive, con i propri spazi architettonici (costruiti appositamente o recuperati dal passato) ciascuna di queste realizzazioni contribuirà notevolmente a
- renderci prima curiosi e poi conoscitori consapevoli di un passato bimillenario o settantennale,
- affievolire o addirittura abbattere i pregiudizi e le avversioni antisemite che ancora oggi - in Italia e in Polonia - si abbattono sugli ebrei,
- apprezzare la minoranza ebraica, sia che se ne faccia parte, sia che si appartenga alla maggioranza,
- affermare i valori universali del rispetto e del riconoscimento. 

 

 

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