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Yad Vashem,16 ottobre 2012: cerimonia ufficiale di consegna dei nomi dei deportati ebrei dall'Italia

Quest'anno l'annuale cerimonia del 16 ottobre organizzata dal museo Yad Vashem di Gerusalemme per ricordare la deportazione degli ebrei dall'Italia, ha avuto  come ospite d'onore Liliana Picciotto, storica della Shoah della Fondazione CDEC e autrice de "Il Libro della Memoria". 

La cerimonia è stata dedicata alla consegna ufficiale al museo Yad Vashem dell'elenco degli oltre 7000 nomi dei deportati ebrei dall'Italia. I nomi, raccolti nel corso della pluridecennale ricerca condotta dalla Fondazione CDEC, sono stati pubblicati nel gennaio 2012 sul sito www.nomidellashoah.it, monumento digitale alla memoria delle vittime della Shoah italiana e verranno inclusi nel database generale di Yad Vashem dedicato alle vittime della Shoah.

Alla cerimonia erano presenti il Presidente della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC, professor Giorgio Sacerdoti, il Presidente del Consiglio direttivo di Yad Vashem, Avner Shalev, il Presidente della Hevrat Yehudè Italia, giudice Eliyahou Ben Zimra, il Presidente dell'Irgun Olè Italia, dottor Vito Anav. 

Pubblichiamo qui di seguito il testo del discorso di Liliana Picciotto

Sono  commossa di essere qui a Yad Vashem con voi., con rav Lau, con l'ambasciatore Talò, il Presidente Ben Zimra, il Presidente Anav, il Presidente del CDEC  Sacerdoti e tutti i colleghi che lavorano a Yad Vashem.

Vedo in sala molti visi amici ed è per me una gioia poter parlare con voi di un passato che non vogliamo che passi.

Qualche settimana fa, il nostro caro Shlomo Venezia ci ha lasciato. Fino allo spasimo si è adoperato per testimoniare ed educare i ragazzi ai valori contrari a quelli del nazismo: desiderio di libertà, di solidarietà verso gli altri,  di miglioramento del patrimonio morale e civile che ci contraddistingue, come ebrei e come essere umani.

I nomi che il CDEC sta consegnando a Yad Vashem sono nomi di persone che verranno ricordate ormai per sempre. Una tomba, anche se solo virtuale, in un libro o nel web, costituisce per loro e per le loro sofferenze un piccolo risarcimento morale, e costituisce per noi  il  segno che l'impegno che ci siamo presi affinché  non siano dimenticate è preso per sempre.

I nomi delle vittime sono più di 7.000, compresi  quelli che furono arrestati, ma  non  deportati, come gli uccisi alle Fosse Ardeatine o sul lago Maggiore o altri.  Mancano qui i nomi degli ebrei deportati dalle isole Egee, che sono circa 2.000. Stiamo lavorando per loro, abbiamo organizzato una missione di un mese a Rodi per cercare negli archivi nomi e dati anagrafici, il lavoro sarà proto nel 2013.

Ma come sono stati ritrovati i nomi dei deportati dal territorio italiano propriamente detto?

 A differenza che in altri paesi, in Italia non si sono trovati  i documenti fondamentali per conoscere i nomi dei deportati, cioè le liste di trasporto stilate dai nazisti nel paese sorgente dei treni diretti verso il campo di Auschwitz. Per esempio, in Francia, negli scantinati della sede della Gestapo in Avenue Foche,  sono stati ritrovati scatoloni di carte con le liste degli ebrei francesi.

Queste liste venivano compilate nel paese di partenza in quadruplice copia: una veniva mandata alla centrale amministrativa dei campi di concentramento che stava in Germania a Oranienburg, una era consegnata al caposcorta che la portava al campo di arrivo e  veniva depositata presso l'ufficio politico del campo, una rimaneva nella centrale della Gestapo locale, cioè a Verona,, una rimaneva presso l'amministrazione del campo di partenza, cioè a Fossoli..

I nazisti ritirandosi, bruciavano tutti i documenti che li riguardavano per non lasciare tracce. E' noto che, ad Auschwitz agli inizi di gennaio del 1945, in mezzo alle file dei partenti per le marce della morte, ardevano giganteschi falò di documenti, lo stesso sappiamo che successe negli uffici di Verona. La chiusura del campo di Fossoli, ai primi di agosto del 1944, era stata programmata attentamente sicché là nessun documento rimase, a Oranienburg neppure, niente  è rimasto sull'Italia.

 In queste condizioni, le liste italiane, all'indomani della guerra, erano pressoché introvabili. Risulta chiaro come la ricostruzione completa dell'elenco dei deportati dall'Italia ha dovuto avvenire dal basso, partendo dai vuoti di persone che ogni piccola comunità ebraica ha avuto.

Qualche lista di trasporto in realtà è sopravissuta e ritrovata dal col. Massimo Adolfo Vitale, l'ideatore del Comitato Ricerche Deportati Ebrei, sorto in seno all'Unione delle Comunità Israelitiche a Roma agli inizi del 1945.  Egli, negli Anni Cinquanta, ritrovò liste, probabilmente fatte uscire clandestinamente da Fossoli. La loro origine non ci è del tutto nota.

 Io stessa, negli Anni Ottanta,  recuperai altre  liste con un viaggio a Varsavia e una ricerca negli archivi della Commissione centrale per i crimini hitleriani, mentre qui a Yad Vashem ho ritrovato gli elenchi degli ebrei  di nazionalità turca o britannica deportati dall'Italia a Bergen Belsen. Sono copie di documenti dell'archivio della Croce Rosa depositato in Germania ad Arolsen. Per anni l' archivio di Arolsen, ora finalmente aperto,  rimase chiuso agli studiosi perché conteneva milioni di carte raccolte alla liberazione dai campi, in disordine e non schedate. L'unico al mondo che ne deteneva una copia in microfilm era appunto Yad Vashem e io ebbi l'onore di poterla consultare, prima fra tutti gli studiosi, negli Anni Ottanta, qui a Gerusalemme.

All' ufficio per le ricerche del Comitato romano si rivolgevano i parenti  degli scomparsi, portando le loro fotografie e i nomi, nell'illusione che in tal modo i loro cari potessero essere ritrovati. Da questo lavoro di pietas è nato, in realtà, un primo fondo documentario che è il nucleo fondamentale  dell'archivio del CDEC. Vitale stilò anche, sulla base delle sue conoscenze, un primo elenco delle vittime, corredato di anno di nascita di ognuno.

Nel 1981 presi dunque in mano la ricerca avendo come compito di ritrovare tutti i nomi delle vittime della shoah italiana, verificare le date di nascita, i padri e le madri. Ho cominciato a lavorare sul materiale che avevo allora a disposizione.

Occorreva andare avanti, avevo centinaia di casi dubbi, persone denunciate come scomparse poi ricomparse dalla clandestinità che erano rimaste negli elenchi, centinaia di altri la cui famiglia era estinta e nessuno ne aveva denunciato la scomparsa. Decine di bambini deportati di cui nessuno ricordava più il nome.

Fu così che pensai di sondare gli archivi delle carceri italiane. Non fu facile, occorreva un permesso speciale del Ministero di Grazia e Giustizia; in qualche mese ottenni i permessi. Passai giorni e giorni nelle carceri di Trieste, Padova, Varese, Milano, Venezia, Gorizia e altri, per scegliere, tra migliaia di incarcerati, gli ebrei. Fu un lavoro proficuo, sui paginoni dei registri matricola trovai, scritti a mano, i cognomi e i nomi degli arrestati e, finalmente anche nomi dei bambini; tutto fu copiato a mano perché non avevo il permesso di fotocopiare. Ma, cosa più importante, trovai  scritto anche che autorità aveva consegnato i prigionieri alle carceri. Fu lì che mi venne l'idea di annotare anche l'autorità arrestante, se polizia italiana o polizia tedesca. Apparve subito chiaro come, dall'ottobre al 30 novembre 1943, gli autori degli arresti sono autorità tedesche, mentre dal 30 novembre in poi, dopo l'emanazione della legge italiana che prescriveva la ricerca, l'arresto e il concentramento degli ebrei da parte della polizia italiana, i tedeschi si occuparono soltanto delle deportazioni lasciando il lavoro sporco degli arresti di casa in casa, di rifugio in rifugio nelle campagne agli italiani.    

Negli Anni Ottanta feci anche un viaggio a Auschwitz ,dove, nell'archivio dell'ex campo potei trovare i nomi dei deportati dall'Italia che avevano superato la selezione e che erano stati arruolati nel campo: la maggior parte di essi non è poi sopravissuta e rientrata in Italia alla fine della guerra, ma ora avevo i loro nomi e i loro numeri di matricola nel campo di Auschwitz. Il quadro, grazie a questi tasselli, si ricomponeva, dal numero di matricola si poteva dedurre la data di arrivo del convoglio di deportazione e un elenco delle partenze poteva ormai essere stilato.

 Un'altra fonte importante per raccogliere nomi delle vittime e dati su di essi si rivelò più tardi la consultazione delle centinaia di documenti che il CDEC aveva raccolto negli archivi di stato italiani per partecipare all'istruttoria del processo contro Friederich Bosshammer responsabile  dell'Ufficio antiebraico per l'Italia che faceva capo all'ufficio berlinese di Eichmann. La ricerca fu condotta dalla compianta Eloisa Ravenna, con uno staff cui dette una mano anche la qui presente Cecilia Nizza, oggi valida consigliera della Hevrath Iehudei Italia. Furono sondati i fondi della Prefettura e della Questura di ogni città capoluogo di provincia italiano e centinaia di ordini di arresto di ebrei spiccati dalle autorità italiane furono ritrovati. Altri nomi si aggiungevano a quelli che già avevamo e la ricerca poteva così andare avanti.

In questo modo siamo arrivati al 1991, quando, per la prima volta, l'elenco delle vittime fu pubblicato con Il libro della memoria edito generosamente dall'editore Mursia e ripubblicato aggiornato nel 2002. Il libro è subito risultato importante sia per i parenti, sia per la storia, dato che ogni persona scomparsa ha avuto un posto dove era scritto il suo nome.

Ora, grazie al web, con l'aiuto di un piccolo staff cui fa parte la ricercatrice Alberta Bezzan e l'esperta di software Gloria Pescarolo, abbiamo nuove possibilità tecniche di  pubblicare questi nomi.

Nel gennaio del 2012 il CDEC ha creato un sito: www.nomidellashoah.it dove, da tutto il mondo, si può accedere e cercare un nome. E, ancor più importante, stiamo per consegnare a Yad Vashem gli stessi nomi perché le vittime italiane siano riunite idealmente a tutti i fratelli ebrei d'Europa nel Central Data Base of the Shoah Names. 

 

 

 

 

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