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La protesta della chiesa contro le leggi razziali di Mussolini

da: Storia della Chiesa, vol. X/1, La Chiesa nel ventesimo secolo 1914-1975, Konrad REPGEN, La politica estera dei papi nel periodo delle guerre mondiali, Milano, Jaka Book Edizioni, 1980, p. 62 - 64.

[...] La crisi del 1938 si verificò in condizioni politiche mutate; essa fu parte e conseguenza di un distacco gradualmente sempre più aperto tra chiesa e regime dopo che l'ala fascista radicale era andata affermandosi in misura sempre maggiore, da quando si era avuto in politica estera l'avvicinamento dell'Italia alla Germania (a partire dal 1936)1. La parziale adesione di Mussolini alla politica antiebraica tedesca portò ad una spontanea avversione nei fedeli, a cui il papa chiarì in maniera inequivocabile che il concetto di razza proprio del nazional-socialismo contrastava in maniera assolutamente inconciliabile con la fede cattolica. Ad un aperto conflitto si giunse nell'autunno quando il governo riformò il diritto matrimoniale italiano in senso «razziale». Questo comportava come conseguenza che un matrimonio celebrato in chiesa tra ebrei (battezzati o non battezzati) e cattolici perdeva il valore civile che era stato concordato nell'art. 4 comma 1 del trattato lateranense (legge del 17 novembre 1938). Non appena la Santa Sede seppe di queste intenzioni mise in azione i mezzi diplomatici di cui disponeva per impedire l'introduzione di queste nuove norme, o almeno per attenuarne l'attuazione2. Si trattava evidentemente «soltanto» di un problema marginale; infatti, su circa 300.000 matrimoni religiosi celebrati allora in Italia nello spazio di un anno, appena una dozzina sarebbe stata colpita dalla riforma3. Per la chiesa però erano qui in gioco la validità ed il carattere obbligatorio del suo diritto sacramentale e della sua missione diretta verso tutti gli uomini. Non si dimostrò dunque nessuna disponibilità a concessioni in principiis. Le note di protesta vaticane non impedirono certo che entrasse in vigore la riforma italiana. E fin qui la Santa Sede registrò in politica estera una nuova sconfitta. Ma con la sua intransigenza ebbe dalla sua parte il popolo dei fedeli; e questo fu per il futuro un fatto politico forse più significativo ed importante.

La Santa Sede non perse occasione dalla violazione del concordato per mettere in discussione l'azione conciliativa del 19294. Per vent'anni in vero si è mantenuta l'opinione che Pio XI, nel decimo anniversario dei patti lateranensi, se non lo avesse colto la morte, avrebbe osato la rottura con Mussolini in una pubblica spiegazione risolutiva. Ma la bozza del testo del discorso del papa, pubblicata nel 19595, ha tolto fondamento all'opinione stessa. Pio XI intendeva esporre si le sue lagnanze all'episcopato italiano in riunione plenaria ed accusare il regime, ma non voleva rompere con esso. Il cambio di pontificato del 1939 non ha quindi significato un mutamento di corso nella politica estera vaticana, anche se sono evidenti una modalità nuova, uno stile politico nuovo. In effetti però mutò poco e poco poteva cambiare: come dimostra la crisi del 1938, la chiesa, appena si toccava il campo dottrinale della fede e della morale, non poteva fare vere e proprie concessioni, neppure ad una dittatura che disponeva delle tecniche di potere del XX secolo. La chiesa poteva anche non essere in grado di portare lo stato (o il regime dominante) all'osservanza delle norme da lei difese (il che vale non soltanto per il nostro secolo). Doveva però irrigidirsi sulla validità di queste norme.

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1- Su quanto segue fondamentale A. MARTINI, L'ultima battaglia di Pio XI, in La Civiltà Cattolica 110, 2 (1959) 574-591; 110, 3 (1959) 572-590, e di nuovo Id, Studi, 175-230; R. DE FELICE, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino 1972, 285-291.

2- Cfr. la relazione generale della segreteria di Stato in Actes et Documents du Saint Siège Relatifs à la Seconde Guerre Mondiale 6, 532-536 (del 14 novembre 1938) nonché R. DE FELICE, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino 1972, 550-552.

3- Osservatore Romano del 14-15 novembre 1938.

4- Da parte del Vaticano non si parlò di «violazione» del Concordato ma di «vulnus» ad esso arrecato.

5- Osservatore Romano del 9 febbraio 1959.