La visita del Papa in Israele e i rapporti con gli ebrei
Maggio 2000
Com'era prevedibile, l'attenzione si è appuntata più che altro sugli aspetti politico-istituzionali del viaggio, dove in effetti si sono registrati importanti sviluppi che hanno incontrato il plauso pressoché unanime di protagonisti e osservatori. Ha ben sintetizzato il primo ministro israeliano Ehud Barak (ABC News, 26.03.00): "E' stato un grande passo avanti verso la riconciliazione tra cristianità e popolo ebraico. In particolare la visita a Yad Vashem, il memoriale della Shoà, è stata un momento commovente e decisivo per le relazioni tra Chiesa e Israele: vedere il Papa, che è stato personalmente testimone dell'Olocausto in Polonia, venire oggi qui, ospite del primo ministro di uno Stato di Israele libero, forte e sovrano, cioè di quello Stato che è rappresenta la più significativa risposta ad Awschwitz, tutto questo ci ha commossi profondamente. Il Papa ha lanciato un messaggio di tolleranza, di comprensione e di fratellanza tra i popoli e indirettamente ha dato un contributo al processo di pace". Sentimenti ricambiati da parte vaticana: "La visita del Papa - ha detto il cardinale Angelo Sodano (Yediot Aharonot, 27.03.00) - è stata un grande successo e sarà ricordata nei libri di storia. Abbiamo capito che i leader dello Stato di Israele sono molto aperti al dialogo e alla cooperazione. E' stata inaugurata una nuova era nei rapporti tra i due paesi".
Ma non si tratta solo di questo. La presenza in prima persona di Karol Wojtyla in Israele per una settimana sembra aver innescato anche processi meno appariscenti, più profondi, forse più duraturi. D'ora in poi l'idea stessa di un pellegrinaggio in Terra Santa sarà immediatamente associata all'immagine di un Papa che prega nelle basiliche dell'Annunciazione e del Santo Sepolcro, ma incontra anche le massime autorità politiche e religiose di Israele, si sofferma a meditare al Muro Occidentale, si inchina davanti alla fiamma di Yad Vashem. Un'immagine nuova, e non soltanto per i cristiani. "Questo Papa e questo pellegrinaggio sono diversi da ogni altro visto finora - ha scritto Yediot Aharonot (26.03.00) -. I cristiani, che qui sono sempre stati visti come crociati, vengono ora identificati con un vecchio infermo, che parla piano e che ricorda i tanti amici ebrei della sua infanzia. Il viaggio di questo Papa ha toccato molti cuori".
Non era facile né scontato. Dal punto di vista ebraico la storia della Chiesa è una storia di atrocità e distruzione, è la storia di una bimillenaria predicazione del disprezzo che ha generato e coltivato l'odio antiebraico, sfociato poi nelle peggiori manifestazioni dell'umana ferocia. E come se non bastasse, a tutto ciò si è aggiunto in questo secolo l'atteggiamento ostile della Chiesa verso il sionismo e Israele. Nessuno dimentica le parole di Pio X a Theodor Herzl nel 1904 ("Gli ebrei non hanno riconosciuto la divinità di Gesù, quindi noi non possiamo riconoscere le aspirazioni del popolo ebraico"), né il messaggio che Paolo VI, dopo la visita di un giorno nel 1964, inviò al presidente di Israele indirizzandolo al "signor Shazar, Tel Aviv". Non si dimenticano le promesse papali non mantenute per il rilascio di Hilarion Capucci, né la chiusura diplomatica durata fino al 1993, né le recenti insinuazioni contro il governo d'Israele in occasione di una disputa locale, a Nazareth, fra cristiani e musulmani.
Con tali precedenti alle spalle, un atteggiamento di semplice, fredda cortesia da parte israeliana sarebbe stato più che comprensibile. Invece gli israeliani hanno accolto la visita del Papa con calore, facendone l'occasione d'una riscoperta del mondo cristiano per come si presenta oggi, con i suoi travagli, i suoi ritardi, le sue aperture. E molti di loro hanno scoperto solo ora, per la prima volta, che i cristiani sono alla ricerca delle proprie radici ebraiche. "Il rinnovamento della nostra fede - ha spiegato al Jerusalem Post Giuseppe Gennarini, dell'ufficio stampa vaticano - si fonda tra l'altro sul risalire alle fonti del cristianesimo, cioè a Israele, e sulla consapevolezza che Gesù, come Maria e Pietro, era ebreo".
"Non è una novità che oggi Gesù sia pienamente percepito dalla Chiesa come ebreo - specifica David Flusser, professore di Studi ebraici all'Università di Gerusalemme - ma questo fatto non viene ricordato tanto spesso tra gli ebrei". Tradizionalmente gran parte dell'ebraismo ha preferito ignorare, quando non apertamente osteggiare, la figura di Gesù a causa delle persecuzioni e dell'antisemitismo perpetrati in suo nome. Solo di recente alcuni studiosi e intellettuali ebrei stanno riscoprendo questo personaggio paradossale, forse l'ebreo più famoso di tutti i tempi eppure il più trascurato dai suoi stessi correligionari. "Quanti ebrei hanno mai aperto il Nuovo Testamento - si domanda Ron Kronish, direttore dell'Interreligious Coordinating Council in Israel - a parte quei pochi che l'hanno fatto a scuola? Molti israeliani ortodossi preferiscono non nominare nemmeno il nome di Gesù".
Lentamente, tuttavia, l'atteggiamento ebraico verso la figura storica di Gesù sta cambiando, e la full immersion di cristianità prodotta dalla visita papale ha dato impulso a questa apertura. "Va diffondendosi un atteggiamento di maggior riguardo per la dimensione ebraica dell'identità di Gesù", dice frate Marcel Dubois, premio Israele ed esperto di cristianesimo. Ricorda Flusser che fin dal Medio Evo studiosi e teologi cristiani hanno iniziato a rimarcare le radici ebraiche di Gesù, un processo che ha conosciuto una forte accelerazione negli ultimi duecento anni. Ma un'analoga presa di coscienza nel mondo ebraico è iniziata solo agli inizi del Novecento. Negli ultimi decenni si è avuta una fioritura di studi ebraici sull'identità ebraica di Gesù. Oggi, dice Kronish, nei gruppi del dialogo interreligioso è di rigore raffrontare il Nuovo Testamento con i testi ebraici per comprendere meglio le connessioni fra ebraismo antico e primo cristianesimo. "Se vuoi capire il Nuovo Testamento - spiega Kronish - devi studiare Bibbia ebraica, Midrash e Talmud. Per conoscere la figura storica di Gesù bisogna conoscere i rabbini del suo tempo: solo così si possono cogliere le origini del cristianesimo all'interno dell'ebraismo". "In effetti - dice Chana Safrai, professore di pensiero ebraico all'Università di Gerusalemme - oggi ogni università o istituto di teologia cristiana che si rispetti ha un dipartimento di studi ebraici. Solo i più cocciuti antisemiti si rifiutano di considerare Gesù come ebreo".
Se per la maggior parte degli ebrei israeliani Gesù resta ancora una stranezza un po' vaga e distante, la visita di papa Giovanni Paolo II ha suscitato nuovo interesse. D'altronde il Papa attuale è proprio uno dei più convinti assertori della concezione di Gesù come ebreo osservante. "Wojtyla deve comportarsi da politico - dice Flusser - ma nel profondo del suo cuore crede nella sua ebraicità e nell'ebraicità della sua religione. Oggi anche gli ebrei dovrebbero cogliere questa connessione, superando la visione dei loro padri che identificavano Gesù con l'antisemitismo cristiano. Al contrario, Gesù sarebbe stato sicuramente un grande nemico dell'antisemitismo, giacché fu messo a morte degli antisemiti del suo tempo, non dagli ebrei". Tuttavia, a causa del peso della storia, ancora oggi pochi ebrei sono disposti a riconciliarsi con il loro celeberrimo confratello.
La questione potrebbe sembrare solo accademica se non avesse anche un risvolto politico. Accade infatti che, per scopi propagandistici, certi ambienti palestinesi cerchino di appropriarsi della figura di Gesù, facendone una sorta di nazionalista palestinese ante litteram. Lo stesso Yasser Arafat non perde occasione di citare Gesù come "il primo palestinese" allo scopo evidente di accattivarsi le simpatie di un occidente a maggioranza cristiano. Secondo Safrai si tratta di un classico riflesso antisemita, che mira a cancellare ogni traccia di identità ebraica. Frate Dubois lo definisce "un enorme errore storico". "Di fronte a posizioni di questo genere - dice il rabbino David Rosen, figura chiave del dialogo interreligioso - un cristiano onesto dovrebbe mettere subito bene in chiaro che, qualunque sia il termine con cui si vuole indicare geograficamente il paese dove è vissuto Gesù, in ogni caso egli crebbe e morì in un ambiente inequivocabilmente ebraico. Credo che la maggior parte del mondo non prenda sul serio queste affermazioni, ma se i cristiani desiderano sinceramente riscoprire, riaffermare e rispettare le loro radici ebraiche, allora dovrebbero reagire con decisione a questa propaganda palestinese".
Non sempre accade. E così paradossalmente gli ebrei, che a buon diritto potrebbero rivendicare i propri legami con Gesù, non lo fanno, mentre lo fanno i palestinesi, anche al prezzo di una grave distorsione della verità storica.