Indice Documenti



Renzo Fabris, Ebrei e cristiani nel mondo contemporaneo, 3. Ebrei e cristiani negli anni della grande persecuzione, in: Storia della Chiesa, vol. XXIII, I cattolici nel mondo contemporaneo (1922-1958), a cura di Maurilio Guasco, Elio Guerriero, Francesco Traniello, Torino, Edizioni Paoline, 1991, pp. 527 - 530.

  1. Ebrei e cristiani negli anni della grande persecuzione



Consideriamo ora il rapporto fra i cristiani e gli ebrei durante gli anni della grande persecuzione antisemitica. Non c'è dubbio che negli anni Trenta, mano a mano che l'uragano si avvicina, la coscienza cristiana diviene più consapevole del significato spirituale della relazione con gli ebrei, e delle sue responsabilità. Il processo di maturazione è palese negli scritti di alcuni pensatori cristiani.

Jacques Maritain (1882 - 1973) che, insieme alla moglie Raissa, è stato tenuto a battesimo da Léon Bloy (la seconda edizione di La salvezza dei giudei è dedicata a Raissa Maritain) inizia negli anni Trenta la sua lunga battaglia contro l'antisemitismo, soprattutto contro quello dei cristiani. Nel 1937 il filosofo cattolico scrive che l'antisemitismo è « un fenomeno patologico che rivela un'alterazione della coscienza cristiana... È una specie d'atto mancato collettivo o una specie di succedaneo di un'oscura passione, di un furioso risentimento rifuso nella notte dell'inconscio contro il Dio del Vangelo e contro Gesù figlio di David ». Nel 1943 dice addirittura che è « una cristofobia »1. Per Maritain il popolo ebraico va visto dal cristiano nella luce dell'insegnamento dell'apostolo Paolo, che nella lettera ai Romani ricorda che la vocazione e i doni di Dio sono senza pentimento, Nella storia umana, sempre secondo Maritain, il popolo ebraico « è preposto a un'opera d'attivazione terrestre della massa del mondo »2. Quando sugli ebrei si scatena la furia del nazismo nel 1944, il filosofo scrive che « Gesù Cristo soffre della passione d'Israele »3.

Molto significativo è l'itinerario della riflessione del pastore evangelico Dietrich Bonhoeffer (1906 - 1945) che, condannato a morte dai nazisti, muore in modo intrepido sul patibolo. Bonhoeffer inizia nel 1933 a schierarsi contro coloro che nelle Chiese protestanti tedesche sono disposti ad accogliere il cosiddetto « paragrafo ariano » ispirato all'antisemitismo nazista, sono disposti cioè ad escludere dalla Chiesa gli ebrei battezzati: « La comunione degli appartenenti alla Chiesa - scrive - non viene definita dal sangue e neppure dalla razza, ma dallo Spirito Santo e dal battesimo ». Nel 1935 il problema per un autentico cristiano non è però solo quello di difendere gli ebrei battezzati, ma tutti gli ebrei: « Solo chi grida a favore degli ebrei, può cantare in gregoriano », dice all'amico Eberhard Bethge. Infine intorno al 1940, scrive: « La storia dell'Occidente è indissolubilmente legata per volontà di Dio con il popolo d'Israele, e non solo genericamente, ma in un incontro autentico e continuo... Una cacciata degli ebrei dall'Occidente porta necessariamente con sé la cacciata di Cristo, poiché Gesù Cristo era ebreo »4.

Anche Karl Barth (1886 - 1968), il grande teologo riformato svizzero, campione del tentativo di opposizione al potere nazista in Germania messo in atto dalla « Chiesa confessante », matura negli anni Trenta e Quaranta un'acuta sensibilità al rapporto dei cristiani con gli ebrei. Come appare nella sua Dogmatica ecclesiastica, la voluminosa opera che è pubblicata a partire dal 1932, la sua riflessione riguarda l'ebraismo sotto diversi punti di vista. Centrale è l'idea che l'elezione d'Israele permane anche dopo l'incarnazione del Cristo, e che Israele, insieme alla Chiesa, fa parte del popolo di Dio. « La Chiesa - scrive - si sente solidale con questo popolo tutto intero, anche se si congiunge alla comunità di Dio in modo diverso »5. Pensare di sopprimere la presenza ebraica è assurdo: « Gli ebrei - afferma ancora il teologo - sono il solo popolo sulla terra che deve sopravvivere, come è vero che Dio è Dio, come è vero che è ciò che egli ha voluto, detto e fatto, secondo il messaggio della Bibbia, non è dovuto a un capriccio, ma dipende da un'eterna serietà, e costituisce il tema stesso della storia della creatura di tutte le epoche »6.

La lucidità e la profondità di pensiero che appaiono nei testi citati, non sono certamente di tutta la cristianità, ma di alcuni gruppi di intellettuali e teologi. Il « popolo cristiano » tuttavia non è estraneo al processo di cambiamento e vi partecipa là dove incontra l'ebraismo perseguitato, sul piano della carità che apre i cuori e fa mettere da parte i vecchi pregiudizi. L'attività di soccorso dei cristiani verso gli ebrei è dettata quasi sempre da un sentimento umano di solidarietà, spesso da un impulso di ribellione all'ingiustizia, qualche volta dalla percezione che esiste un rapporto speciale con « la gente del Signore ». Con questi stimoli, in Europa, negli anni della guerra, nei territori occupati dai tedeschi, fioriscono le iniziative d'aiuto; nascono gruppi di soccorso costituiti da ebrei e cristiani, come in Francia l'Amicizia Cristiana, posta nel 1941 sotto il patronato del cardinale Gerlier e del pastore Boegner, e la rete clandestina di padre Marie Benoît; operano con coraggio e abnegazione gli ordini religiosi, le parrocchie e le comunità religiose, singoli sacerdoti e pastori.

Se non vi sono dubbi sul comportamento di condanna dell'antisemitismo e d'aiuto agli ebrei da parte di alcune élites cristiane e, in generale, del « popolo cristiano », del clero e dei religiosi, rimane un problema su cui si continua a discutere: la valutazione del comportamento della Chiesa cattolica, intesa come realtà giuridico - istituzionale e quindi come gerarchia ecclesiastica. C'è infatti chi sostiene che la Chiesa, nelle condizioni difficili in cui si è trovata, ha fatto tutto ciò che ha potuto per aiutare gli ebrei, e c'è chi invece sostiene che la Chiesa non ha alzato la voce per condannare apertamente l'antisemitismo e non ha denunciato pubblicamente l'enormità dello sterminio ebraico.

È corretto ricordare che negli anni della grande persecuzione degli ebrei, la Chiesa compie gesti e atti importanti: nel marzo 1937 emana l'enciclica Mit brennender Sorge contro il razzismo; nel settembre 1937 [1938], con le parole di Pio XI rivolte a un pellegrinaggio belga, afferma l'«inammissibilità dell'antisemitismo» da punto di vista cristiano, e rivendica per i cristiani di essere «spiritualmente semiti»; protesta con i discorsi di Pio XII e le note diplomatiche della Santa Sede contro la violenza esercitata verso gli indifesi e i deboli; denuncia con i discorsi di alcuni vescovi, pronunciati nelle chiese, i comportamenti anticristiani dei nazisti; emana, infine, disposizioni perché le autorità locali cattoliche prestino il massimo aiuto ai perseguitati e agli ebrei. La Chiesa cattolica sicuramente ispira il suo comportamento a ragioni di valore morale e sociale: salvare concretamente il maggior numero possibile di ebrei, non mettere in pericolo i suoi fedeli e le sue organizzazioni, lasciare aperta la porta a un'eventuale azione di mediazione tra i contendenti, ecc...

I gesti e gli atti della Chiesa rimangono tuttavia all'interno di una prospettiva che, se esclude e condanna l'uso della violenza verso gli ebrei, conserva tuttavia di loro un'immagine tradizionale. È significativo che ancora negli anni Quaranta, e per lo meno sino al 1943, la Santa Sede ritenga, in linea di principio e per i paesi cristiani, legittima una legislazione speciale per gli ebrei7. La Chiesa che indubbiamente è a conoscenza di quanto stanno facendo i tedeschi nei campi di sterminio e tra le comunità ebraiche dell'Europa, anche nella sua attività di aiuto agli ebrei, non può non subire i condizionamenti di antichi comportamenti profondamente introiettati, di lente sedimentazioni, di convinzioni «razionalizzate»; in altre parole non può fare a meno del modello intransigente che comprende una certa immagine del popolo ebraico.

1J. Maritain, Il mistero d'Israele e altri saggi. Una lunga battaglia contro l'antisemitismo, Morcelliana, Brescia, 1964, pp. 44 e 139.

2Ivi, p. 30

3Ivi, p. 151

4Per i riferimenti agli scritti di Bonhoeffer, vedi D. Garrone, Bonhoeffer e la Sinagoga in Studi Farri Ricerche, n. 35, luglio-settembre 1986, pp. 12 - 13.

5K. Barth, Dogmatique, II/2, Labor e Fides, Genève 1953 - 1980, p. 220.

6Ivi, III/3, p. 209.

7Vedi la documentazione citata da G. Miccoli, Fra mito della cristianità e secolarizzazione. Studi sul rapporto Chiesa-società nell'era contemporanea, Marietti, Casale Monferrato 1985, pp. 321 - 332.