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Lettera enciclica Mit brennender Sorge (14 marzo 1937)

Introduzione

La versione italiana dell'enciclica qui presentata è stata annotata da Eucardio Momigliano, che in una breve nota storica ci illustra le motivazioni della lettera di Pio XI:

«Per ben comprendere il senso e la portata di questa enciclica, gioverà ricordare almeno sommariamente le circostanze storiche che la determinarono. Se le prime manifestazioni del governo di Hitler erano parse ispirate in campo religioso a una politica di netto conservatorismo (il suo partito affermava infatti di volersi attenere a un "cristianesimo positivo"), non s'era tardato a veder chiaro che alla fede cristiana la dottrina nazista intendeva sostituire una nuova "fede tedesca". Fin dal Luglio del 1933 un gruppo di esponenti del partito, radunato a Eisenach, dichiarava esplicitamente questa intenzione, delineando programmaticamente le formulazioni teoriche di una "religione della razza" nella quale l'eugenetica, la mistica, le scienze naturali, la filosofia, il sentimento religioso, la politica si fondevano e si confondevano. Era un autentico paganesimo, che suscitò le immediate proteste dell'episcopato germanico.

Il governo hitleriano - che pure il 30 Luglio 1933 aveva stipulato un Concordato con la Santa Sede - sottopose a misure restrittive le associazioni cattoliche, infierì contro le scuole confessionali, ispirò a criteri razzisti e anticristiani l'educazione della gioventù. Nel 1935, le relazioni tra lo Stato e la Chiesa si fecero molto tese; nel 1936, a Düsseldorf e in Renania, si procedette all'arresto dei capi della gioventù cattolica. Nella amarezza di questa lotta che segnava per la Chiesa di Roma una penosa delusione, dopo le speranze concepite in seguito alla firma del Concordato, Pio XI dettava questa Enciclica per protestare contro l'oppressione dei Cattolici tedeschi e condannare le dottrine divulgate e imposte dal nazismo. L'enciclica è stata scritta in lingua tedesca anche per sottolinearne la specifica ispirazione e destinazione.»

[Eucardio Momigliano]

(Tutte le encicliche dei sommi pontefici, raccolte e annotate da Eucardio Momigliano, Milano, dall'Oglio editore, 1959, nota p. 1065. La nota storica è riportata in fondo al testo della qui presente traduzione italiana)

Già nel settembre del 1930 la chiesa cattolica aveva vietato la concessione dei sacramenti ai nazisti e l'iscrizione dei cattolici al Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi. Questo divieto venne a cadere il 23 marzo del 1933, quando Hitler, ormai giunto al potere, di fronte al Reichstag affermò che vi erano «nelle due confessioni cristiane importantissimi fattori per la conservazione delle tradizioni nazionali [... che] avrebbe rispettato le convenzioni stipulate fra esse e i governi degli Stati» e che «i loro diritti non [sarebbero stati] intaccati». Cinque giorni dopo la conferenza episcopale di Fulda deliberava che si potevano «ormai considerare non più necessari quei generali divieti e ammonimenti» (1). Mentre da un lato la diplomazia del III Reich cercava accordi, consensi ed appoggi della chiesa cattolica, ratificando nel settembre del 1933 un concordato, con cui Hitler pensava di aver raggiunto la piena conquista del potere, dall'altro nello stesso periodo si andava formulando una nuova fede tedesca, una sorta di neopaganesimo, una religione basata sul mito della razza. Questa tendenza del nazismo si era già manifestata nel 1930, con l'invito ai cristiani a ripudiare l'Antico Testamento, imponendo loro praticamente una professione di antisemitismo, e l'opera di Alfred Rosenberg, teorico del partito, il Mito del XX Secolo, la quale preconizzava un neopaganesimo, che si sarebbe inevitabilmente scontrato con la tradizione cristiana. È molto difficile valutare quanto di tali teorie neopagane fosse diffuso nell'ambiente della gerarchia nazista, delle SS, e degli iscritti al partito. Si può pensare che la ricaduta di tale pensiero si sintetizzasse in slogans antisemiti e razzisti per la maggioranza, che rimaneva pur sempre di cultura cristiana. Questi miti, idee e teorie ancora presenti non solo nella cultura tedesca ma in molti gruppi politici minoritari, attivi nei paesi occidentali ancora oggi, ebbero una così vasta diffusione da coinvolgere la maggioranza del popolo tedesco? O non vi fu piuttosto una accettazione passiva della popolazione cristiana che vedeva in queste manifestazioni una particolarità del nazismo, una zizzania che cresceva insieme al grano? Per la chiesa i meriti del Reich nella lotta al liberalismo, al bolscevismo, ai movimenti marxisti dei senza Dio e per la moralizzazione della Germania superavano di gran lunga i demeriti di alcune frange neopagane? Le lodi del Reich di Mgr. Steinmann, Mgr.Berning, Mgr. Alois Hudal, Mgr. Gröber, Mgr Jäger... si riferivano proprio a questa forma di autoritarismo nazionalista impegnato nella lotta ai nemici comuni, liberismo e marxismo, ai quali Hitler ne aveva aggiunto un terzo a margine del concordato: «Nel concordato - Hitler precisava - si offre alla Germania una possibilità e le si crea una sfera di fiducia, che è particolarmente importante nella urgentissima lotta contro il giudaismo internazionale» (2)

Veniamo dunque all'enciclica. Bisogna premettere che si tratta di un genere letterario particolare, con sue specificità non solo retoriche, ma anche di finalità. Si rifà all'antica tradizione delle lettere apostoliche e rappresenta un momento centrale del magistero della chiesa. Il testo quindi è finalizzato all'insegnamento, ai richiami del papa alla ortodossia cattolica. Si rivolge ai vescovi i quali poi trasferiranno al clero ed alla comunità l'insegnamento, attraverso varie forme, quali ad esempio la lettera pastorale. Questa sua caratteristica fa sì che il linguaggio utilizzato a volte risulti particolarmente generico, poiché si rivolge a tutti i vescovi, spetta a loro poi tradurre tale insegnamento in atti concreti, in forme differenti che si adattano alla situazione sociopolitica che essi vivono nelle singole realtà ecclesiali. Ecco dunque la necessità da parte dell'estensore dell'uso di un linguaggio così generico da sembrare talvolta ambiguo, che si rifà più ai principi che alle situazioni contingenti.

Unica, in duemila anni di tradizione, l'enciclica Mit brennender Sorge è stata scritta non in latino ma in tedesco per sottolineare la particolarità della situazione contingente, quella del Reich di Germania, ed evidenziarne la portata. All'interno di un testo siffatto, ricorre spesso l'uso di riferimenti diretti ai testi sacri, che vengono utilizzati in modo contestuale al discorso, e che devono essere interpretati secondo l'esegesi ufficiale. L'andamento è quello tipico del linguaggio religioso e teologico, anche se non mancano allusioni a situazioni specifiche della comunità a cui si rivolge. Spesso tali riferimenti non sono diretti ma vengono realizzati con espressioni allusive, come ad esempio sul problema dell'Antico Testamento, e della proibizione da parte del Reich di utilizzarne il testo nelle scuole. Non viene specificato da chi è stata effettuata tale proibizione, tantomeno viene evidenziato il carattere tipicamente antisemita del provvedimento. Non si fa mai cenno direttamente al popolo ebraico, ma si parla di popolo dell'antico patto e di crocifissori.

Nell'introduzione, Pio XI fa riferimento alle relazioni ricevute dall'episcopato sulla situazione della Germania, manifestando da un lato la gioia di sapere che il popolo dei cattolici cammina nella verità, ma dall'altro la preoccupazione che molti abbandonino la fede per seguire l'ideologia totalitaria del nazismo.

Il papa traccia una breve cronistoria relativa al Concordato del 1933 (cap. I, versione inglese, n. 3), sottolineando due aspetti importanti:

«Nonostante molte e gravi preoccupazioni, pervenimmo, allora, non senza sforzo, alla determinazione di non negare il Nostro consenso», per risparmiare ai cattolici tedeschi ritorsioni del regime.

«[...] non rifiutiamo ad alcuno, se egli stesso non la respinge, la mano pacifica della Madre Chiesa», per evidenziare come la chiesa non sia pregiudizialmente contraria a qualsiasi regime, anche al totalitarismo nazista, purché non metta in discussione i principi cristiani e l'autonomia della chiesa cattolica.

Successivamente sottolinea come la chiesa avesse sempre cercato la pace, mentre altri avevano gettato le basi per una lotta di religione, e il riferimento è ad alcune frange del partito nazista e in particolare alle teorie neopagane di Rosenberg. Si usa l'immagine della zizzania e del grano tratta dalla parabola riportata da Matteo (XIII, 24 - XIII, 30 ). Si chiarisce, dunque, il pensiero del papa che non vuole condannare tutto il nazismo ( il grano) a causa della presenza di alcuni elementi contrari alla religione cattolica (la zizzania) ma rivendica il rispetto del concordato e assume, come il padrone della parabola, l'atteggiamento di non voler estirpare la zizzania per non correre il rischio di danneggiare il raccolto.

Cercando di uscire dall'immagine del vangelo di Matteo, la chiesa desidera mantenere e rafforzare buoni rapporti col nazismo, nel rispetto del concordato, anche se si rende conto che all'interno del partito vi siano alcune frange contrarie al cattolicesimo, e vuole quindi evitare una condanna che potrebbe danneggiare anche gli elementi buoni presenti nel nazismo, sia come persone che come pensiero. Nello stesso tempo però si preoccupa di quei cattolici che, iscrittisi al partito o facenti parte dell'apparato, rischiano di abbandonare la fede cristiana, per una nuova forma di fede basata sui principi della supremazia della razza e sull'esaltazione  quasi religiosa dello Stato, il III Reich.

Si auspica un ritorno ai patti concordatari, anche dopo i provvedimenti contro le scuole cattoliche. Secondo la gerarchia i cattolici tedeschi sono circondati da nemici che vogliono negare la libertà religiosa e mettere a dura prova la loro fede.

Il papa riafferma i principi della vera fede in Dio, contro le affermazioni panteistiche e pagane rifacentesi all'antico germanesimo, "rinnegando la sapienza divina e la sua provvidenza, la quale «con forza e dolcezza domina da un'estremità all'altra del mondo» (Sap. VIII, 1)". Affronta anche il problema della idolatria della razza, affermando che valori terreni come la razza o il popolo, lo Stato ecc. elementi del diritto naturale ( nella versione originale si usa l'espressione der irdischen Ordnung = ordine naturale) non possono essere assunti singolarmente e divinizzati in una forma di idolatria. In questa occasione considerava la razza come un elemento fondamentale del diritto naturale e "il riconoscimento della validità del problema della razza (che aveva «nell'ordine naturale», vi era scritto, «un posto essenziale e degno di rispetto», [die innerhalb der irdischen Ordnung einen wesentlichen und ehrengebietenden Platz behaupten]) preludeva nel suo conformismo a poco rassicuranti sviluppi. Sul discorso «del sangue e della terra», [posti a principio generale del diritto naturale], le gerarchie ecclesiastiche parevano non far proprie neppure l'avversione puramente teologica della tradizione cattolica, prodigandosi in concessioni non si sa se più dettate dall'opportunità di negoziare un modus vivendi con lo Stato nazista o da un'ideologica concordanza di sentimenti antiebraici, latente da tempo in molti dei prelati cattolici ed esplosa alla fine nel clima esaltante dell'orgia nazionalista". (3)

Pio XI, dopo aver ribadito la necessità della pura fede in Dio, nel rispetto della Legge divina, riafferma la condanna dell'errore di parlare di un Dio nazionale, di una religione nazionale  «e intraprendere il folle tentativo di imprigionare nei limiti di un solo popolo, nella ristrettezza etnica di una sola razza, Dio, Creatore del mondo, Re e Legislatore dei popoli, davanti alla grandezza del quale le nazioni sono piccole come gocce in un catino d'acqua (Is. XL, 15)» (4).

Si può, dunque, ravvisare nell'enciclica la condanna dell'idolatria della razza (5), ma non entra nello specifico del problema del razzismo e tantomeno dell'antisemitismo.

Si riafferma l'essenzialità e la necessità della fede in Gesù Cristo, citando direttamente i vangeli di Matteo e di Giovanni (Matth. II, 27; Ioan. XVII, 3; Ioan. II, 23 ) e la lettera agli Ebrei ( Hebr. I, 1 e segg.). È questa la premessa di un ampio discorso sull'importanza dell'Antico Testamento e contro la proibizione nazista di insegnarlo nelle scuole, alludendo solo ai fatti, senza specificarli, ma ribadendo i principi generali della sua funzione essenziale e fondamentale nel cristianesimo.

«Chi quindi vuole banditi dalla Chiesa e dalla scuola la storia biblica e i saggi insegnamenti dell'Antico Testamento, bestemmia la parola di Dio, bestemmia il piano della salute dell'Onnipotente ed erige a giudice dei piani divini un angusto e ristretto pensiero umano. Egli rinnega la fede in Gesù Cristo, apparso nella realtà della Sua carne, il quale prese natura umana da un popolo, che doveva poi configgerlo in croce. Non comprende nulla del dramma mondiale del Figlio di Dio, il quale oppose al misfatto dei Suoi crocifissori, qual sommo sacerdote, l'azione divina della morte redentrice e fece così trovare all'Antico Testamento il suo compimento, la sua fine e la sua sublimazione nel Nuovo Testamento.» (6)

Mentre da un lato si ribadisce una dottrina essenziale per la chiesa, dall'altro emergono chiaramente l'antigiudaismo ed i pregiudizi religiosi contro gli Ebrei, che erano ancora presenti nella chiesa preconciliare del 1937.

Settembre 1999

Andrea Tournoud

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(1) Giorgio Vaccarino, Le chiese cristiane di fronte a Hitler, in Nuova Antologia, Firenze, Aprile - Giugno 1998, a. 133, fasc. 2206.; sul medesimo argomento vedi anche: G. LEWY, I nazisti e la Chiesa, Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 396; G. MICCOLI, Santa Sede e Terzo Reich, in L'altra Europa, 1922-1945, Giappichelli, Torino, 1967; ecc.

(2) Giorgio Vaccarino, op. cit.

(3) Giorgio Vaccarino, op. cit.

(4) Mit brennender Sorge, cap. II; versione inglese n. 11.

(5) Vedi: Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, cap. III, Città del Vaticano, Marzo 1998.

(6) Mit brennender Sorge, cap. III; versione inglese n. 16.