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La Civiltà Cattolica 2002 IV 540-553 - quaderno 3660 (21 dicembre 2002)

ARTICOLI

LA TRAGEDIA DEGLI EBREI NEL RADIOMESSAGGIO NATALIZIO DI PIO XII

GIOVANNI SALE S.I.





Il radiomessaggio natalizio di Pio XII del 1942, che tratta della pacificazione tra gli Stati, indicando anche criteri per la rifondazione di un nuovo ordine interno delle nazioni basato sulla legge morale naturale, è tra gli atti più significativi e allo stesso tempo più controversi del pontificato pacchiano'. Esso, al tempo in cui fu pronunciato, ebbe una grande eco in tutti i continenti e fu ascoltato e apprezzato anche fuori del mondo cattolico. Quotidiani e periodici di diverso orientamento culturale e politico ne riportarono ampi stralci e commenti, il più delle volte benevoli. Diversa fu invece l'accoglienza che riservarono al messaggio papale i Governi e il mondo della diplomazia: esso fu accolto con aperta ostilità dalle potenze dell'Asse e con ostentata freddezza da quelle Alleate, in particolare dagli inglesi. In questo articolo ci fermeremo a esaminare in sede storica le ragioni di tale atteggiamento. Lo storico ebreo M. Marrus, membro della disciolta Commissione di studio ebraico-cristiana sul pontificato di Pio XII durante la guerra, in una recente intervista2 indicava la preparazione del radiomessaggio del 1942 come uno dei maggiori punti oscuri del pontificato pacchiano. In questo articolo cerchiamo di dare una risposta alle richieste dell'illustre storico, utilizzando anche alcune fonti inedite.

La recezione del messaggio natalizio in Germania

Probabilmente già da tempo l'ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Diego von Berger, sospettava che il messaggio natalizio del Papa avrebbe riservato quell'anno (1942) qualche spiacevole sorpresa per il suo Paese. Anzi, egli era quasi certo che Pio XII nel suo messaggio, pur conservando il tradizionale atteggiamento di imparzialità e senza nominare persone o situazioni particolari, avrebbe pronunciato parole severe nei confronti del cosiddetto «nuovo ordine europeo» instaurato dal nazismo nelle nazioni sottoposte al Reich. Per evitare spiacevoli sorprese al suo Governo (o su richiesta dei suoi stessi superiori) egli, alcuni giorni prima della vigilia di Natale, aveva inviato in Vaticano un funzionario dell'ambasciata per chiedere in Segreteria di Stato copia dei due messaggi che il Papa avrebbe pronunciato in occasione del Natale: quello diretto a tutti i fedeli e quello diretto ai cardinali e alla Curia Romana. In questo modo, pensava il diplomatico, ci sarebbe stato il tempo materiale di protestare presso la Santa Sede o, almeno, di prendere decisioni adeguate, nel caso in cui i discorsi del Papa fossero di tenore antinazista. In verità i movimenti diplomatici che c'erano stati nei mesi precedenti in Segreteria di Stato avevano più che insospettito l'attenta diplomazia tedesca. La Segreteria di Stato, non senza imbarazzo di fronte a una richiesta così insolita, presentata il 23 dicembre 1942 in via diplomatica, rispose con un risoluto diniego.3

Le misure prese da parte del Governo tedesco nei confronti del messaggio natalizio di Pio XII furono forti e radicali: esso fu classificato top secret e considerato «sovversivo» e contrario agli interessi nazionali della Germania e quindi ne fu vietata la divulgazione in Germania e nei territori del Reich. Il nunzio mons. C. Orsenigo in un dispaccio del 2 gennaio informava la Segreteria di Stato sul modo con cui era stato accolto il messaggio natalizio del Papa in Germania. Egli racconta che anche quest'anno l'ambasciatore italiano a Berlino, D. Alfieri, si è presentato in Nunziatura con tutti i membri dell'Ambasciata, accompagnati dalle loro mogli, «per esprimere a nome di tutti i migliori voti per l'Augusto Pontefice». Come di solito, continua il Nunzio, tutti gli invitati si sono poi trasferiti nel gran salone della nunziatura per ascoltare alla radio il messaggio del Papa. «Il poderoso discorso del Santo Padre fu ascoltato da tutti per intero con devota attenzione e con edificante interessamento». Il Nunzio continua, su altro tono però: «Mentre adempio a questo compito di portare a V E. questa bella manifestazione da parte dei membri di questa ambasciata d'Italia, mi duole di dover aggiungere che finora la stampa germanica non ha fatto cenno dell'augusto messaggio; non mancherò di informare S. E. se in seguito eventuali cenni o commenti appariranno in giornali o riviste tedesche»4.

In realtà non soltanto la stampa tedesca non riportò nessun passo del messaggio pontificio, ma la sua divulgazione nei terrítori del Reich fu considerata come un «crimine contro la sicurezza dello Stato, passibile di pena di morte». Mons. Orsenigo, però, da buon «politico concíliatore» qual era, nel suo dispaccio cerca di minimizzare l'accaduto, come se si trattasse di un incidente diplomatico di poco conto: chi lo leggeva a Roma capiva bene, però, che le parole del Pontefice avevano fatto centro e che gli ambienti governativi e diplomatici tedeschi erano irritatissimi con la Santa Sede. I dirigenti del Reich, infatti, interpretarono il radiomessaggio come un attacco frontale contro il nazismo.

Certamente ad essi non era sfuggito il riferimento che il Papa faceva nel suo discorso alla persecuzione e al massacro degli ebrei, né tanto meno il fatto che, denunciando tale massacro, egli aveva apertamente «ripudiato il nuovo ordine europeo del nazionalsocialismo», come recita un rapporto dell'Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA) del 22 gennaio 1943. Sempre secondo tale dispaccio, il discorso del Papa si presentava come «un lungo attacco a tutto ciò che noi rappresentiamo»: «Dio guarda a tutti i popoli e a tutte le razze come se fossero meritevoli della stessa considerazione. È chiaro che parla a nome degli ebrei [...]. Qui egli, virtualmente, accusa il popolo tedesco di ingiustizia nei riguardi degli ebrei e si fa portavoce dei crimini di guerra ebrei»5.

Il Governo del Reich non rimase inattivo e considerò una provocazione aperta il contenuto del messaggio del Papa: il ministro degli Esteri, J. von Ribbentrop, incaricò l'ambasciatore tedesco presso la Santa Sede di comunicare a Pio XII il suo pensiero: «Da alcuni sintomi parrebbe - dice il comunicato - che il Vaticano sia disposto ad abbandonare il suo normale atteggiamento di neutralità e a prendere posizioni contro la Germania. Sta a voi informarlo che in tal caso la Germania non è priva di mezzi di rappresaglia». Secondo l'ambasciatore la reazione del Papa alla protesta tedesca fu serena e ferma: «Pacelli - egli scrisse - non è più sensibile alle minacce di quanto non lo siamo noi»6. La testimonianza dell'ambasciatore attesta la fermezza e la consapevolezza del Papa di fronte alle minacce del Governo del Reich.

Da un dispaccio di mons. Orsenigo, inviato alla Segreteria di Stato il 9 febbraio 1943, si ricava che nel frattempo la Chiesa e la Gerarchia cattolica tedesca non erano rimaste a guardare; esse, come in altre circostanze, seppero tener testa alle prepotenze del regime e fecero preparare una sintesi del radiomessaggio natalizio da distribuire clandestinamente a ecclesiastici e a dirigenti dei movimenti cattolici: «Mi onoro di inviare a S. E. - scrive il Nunzio da Berlino - copia di un largo sunto e relativa traduzione in lingua tedesca del messaggio di Natale del Santo Padre fatto preparare dall'eminentissimo von Faulhaber, arcivescovo di Monaco e di Frisinga, per portarlo a cognizione del clero e del laicato competente nel giorno in cui verrà celebrata la festa del Papa»7.

Nonostante il divieto posto dall'autorità tedesca alla divulgazione del radiomessaggio papale, esso continuò a circolare clandestinamente, non soltanto all'interno del mondo cattolico, ma anche in quello protestante. Emblematica per molti versi e, a questo riguardo, la vicenda di un radiotelegrafista «ugonotto» che in quel tempo lavorava presso il quartiere generale della Wehrmacht a Berlino. Egli, a motivo del suo lavoro, era venuto a conoscenza del radiomessaggio papale; ne fece una copia per sé e la tenne ben nascosta, insieme ad alcune omelie di mons. von Galen, initina tasca interna. Durante un controllo di routine gli furono trovati addosso quei documenti considerati compromettenti e sovversivi e fu accusato di complottare contro la sicurezza dello Stato. Fu salvato dalla pena di morte, prevista per quel reato, grazie all'intermediazione dei suoi superiori diretti che lo stimavano e garantirono per lui. In ogni caso fu rimosso dal suo ufficio e spedito a combattere in prima linea. In una recente intervista rilasciata al quotidiano La Croix, quell'anziano soldato ha dichiarato: «Ho distribuito il messaggio natalizio del Papa e un tribunale militare mi ha condannato per corruzione della morale dell'esercito». Al giornalista che gli chiedeva il motivo per cui aveva corso un rischio così grande, rispose semplicemente: «Ho corso quel rischio perché a quell'epoca le parole di Pio XII mi sembravano potessero incoraggiare coloro che proteggevano le popolazioni più minacciate dai nazisti, in particolare gli ebrei»8.

Il Radiomessaggio natalizio e gli Alleati

Anche le autorità governative dei Paesi Alleati prestarono una particolare attenzione all'ultima parte del radiomessaggio pontificio: quella cioè riguardante le «considerazioni sulla guerra mondiale». Ad esse era ben chiaro il significato di quel passaggio i7 cui il Papa, fra l'altro, faceva riferúnento «alle centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa, talora solo per ragioni di nazionalità e di stirpe, sono destú7ati alla morte o ad un progressivo deperimento». Queste autorità sapevano bene - in particolare i loro diplomatici o inviati speciali presso la Santa Sede - che il Papa in quelle poche righe aveva inteso denunciare al mondo le inaudite violenze naziste, in modo particolare la deportazione e il massacro di ebrei innocenti, come gli era stato insistentemente chiesto da diverse parti nei mesi precedenti. Egli lo aveva fatto con un linguaggio e uno stile che gli era particolarmente familiare, sia per abito mentale sia per cultura, quello cioè della diplomazia; ma anche per il fatto che a questa in primis egli intendeva rivolgere il suo appello9. Il Papa, pur denunciando il «fatto», evitò di indicarne, come invece gli si chiedeva, il responsabile, sebbene questo fosse manifesto a tutti, e molti, soprattutto nel mondo della diplomazia, nazisti compresi, si resero conto del senso e della portata di quella denuncia. Prima di vedere come gli Alleati a livello governativo recepirono la denuncia pontificia, ci sembra opportuno, per meglio inquadrare il problema, vedere quali furono i passi che la diplomazia alleata fece presso il Pontefice per indurlo a condannare Hitler e i crimini da lui commessi.

Le pressioni esercitate dagli Alleati nei confronti della Santa Sede si intensificarono nel settembre 1942. Verso la metà del mese gli ambasciatori della Polonia e del Belgio presentarono personalmente, con azione concordata, un documento a mons. D. Tardini nel quale si enumeravano le atrocità commesse dai nazisti nei rispettivi Paesi contro civili innocenti, esprimendo la speranza che il Santo Padre «sensibile a tanti orrori del tempo presente e a quelli minac= ciati in futuro, vorrà levare la propria voce per aiutare e salvare innumerevoli vite innocenti». Subito dopo furono ricevuti in udienza l'ambasciatore del Brasile, l'inviato della Gran Bretagna e il rappresentante statunitense. Pochi giorni dopo fu la volta dei rappresentanti di alcuni Paesi dell'America Latina: tutti, chiaramente con azione concertata, chiesero al Papa la stessa cosa, cioè la condanna dei crimini di guerra commessi dai nazisti. Va ricordato però che in nessuna di queste relazioni presentate in Segreteria di Stato si fa riferimento esplicito al trattamento riservato dai nazisti agli ebrei d'Europa. Tale «pressione collettiva» parve alla Santa Sede, come disse mons. Tardini all'inviato inglese A. Osborne, «un tentativo di coinvolgere il Papa in un'azione politica di parte», e questo essa non poteva permetterlo. La Santa Sede, insomma, non desiderava che l'autorità morale e spirituale del Pontefice fosse strumentalizzata per gli interessi politico-strategici di una delle parti in lotta.

Ma le pressioni continuarono: il 17 settembre, M. Taylor, rappresentante personale del presidente Roosevelt, giunse a Roma con lo scopo dichiarato di convincere il Papa ad appoggiare l'azione degli Alleati contro Hitler. Egli, nelle diverse udienze che ebbe sia col Papa sia con i prelati della Segreteria di Stato, sollevò il problema dell'opportunità e necessità di «una parola» da parte del Papa contro le tante «atrocità» commesse dai nazisti e spiegò che tale desiderio era sentito in molti ambienti, non soltanto cattolici. In una Nota di mons. Tardini è riportato uno scambio di battute che egli ebbe con l'inviato americano circa quanto riportato soprar«Gli rispondo che il Papa ha già parlato parecchie volte, condannato i delitti, da chiunque siano commessi, ed aggiungo che da alcuni ambienti si desidera che il Papa condanni e nomini espressamente Hitler e la Germania, il che è impossibile. S. E. ;Taylor mi risponde: "Io non ho chiesto ciò, non ho chiesto di fare il nome di Hitler". E rilevando io di nuovo che il Santo Padre ha già parlato, il sig. Taylor mi dice: "He can repeat". Al che non mi resta che consentire»10.

Il 27 settembre, Taylor, qualche ora dopo l'udienza in Vaticano, ricevette dal suo Governo un importante memorandum sulla liquidazione del ghetto di Varsavia da parte dei nazisti. Esso era stato presentato al Dipartimento di Stato americano da parte della Jewish Agency of Palestine di Ginevra e riportava la testimonianza di due profughi fuggiti dalla Polonia. Tra gli altri particolari in esso si affermava che gli ebrei deportati dalla Germania, dal Belgio, dall'Olanda, dalla Francia e dalla Slovacchia non venivano portati in campi di lavoro, come si credeva fino ad allora, ma erano mandati alla morte. Nel dispaccio il Dipartimento di Stato chiedeva a Taylor di informarsi presso la Santa Sede su due punti specifici: 1) Se il Vaticano era in grado di confermare questa informazione; 2) Se il Vaticano aveva qualche indicazione da dare sul come mobilitare l'opinione pubblica.

Quello stesso giorno il memorandum fu portato in Vaticano, mentre era assente il carri. Maglione. Una Nota della Segreteria di Stato indica la ricezione della «lettera» e aggiunge: «Il Santo Padre ne ha preso visione». Nel testo sono riportate due note a matita: la prima è di mano del carri. Maglione e dice: «Non credo che abbiamo informazioni che confermano - in particolare - queste gravissime notizie. Non è così?»; la seconda è scritta da un addetto all'ufficio e recita : «Ci sono quelle del sign. Malvezzi»II. A che cosa faceva riferimento l'oscuro amanuense della Segreteria di Stato? Si riferiva a un colloquio avuto da mons. Montini qualche settimana prima (17 settembre) con il conte Malvezzi, un dirigente dell'IRI, che durante un recente viaggio in Polonia era stato spettatore di cose spaventose: «Vi sono in queste ultime settimane due fatti gravi da notare: i bombardamenti delle città polacche da parte dei russi e i massacri sistematici di ebrei. I massacri degli ebrei hanno raggiunto proporzioni e forme esecrande spaventose [...]»12.

Il l° ottobre l'inviato americano Tittmann jr sollecita una risposta della Segreteria di Stato, anche sommaria per il momento, «sul memoriale lasciato da S. Ecc. M. Taylor su le uccisioni degli ebrei». Una nota del 6 ottobre, su questo punto, recita: «Preparare un breve appunto nel quale si dice, in sostanza, che la Santa Sede ha avuto notizie di trattamenti severi contro gli ebrei. Essa non ha però potuto controllare l'esattezza di tutte le notizie ricevute. La stessa Santa Sede non ha mancato d'altra parte di intervenire a favore degli ebrei ogni qual volta se ne è presentata la possibilità»13. Quali erano le notizie pervenute alla Santa Sede sulle deportazione e sui massacri degli ebrei? Certamente non erano di poco conto, anche se si cercava in qualche modo di minimizzarne il valore, e ciò sia per un eccessivo spirito di prudenza o semplicemente perché si pensava che esse fossero piuttosto esagerate.

In un dispaccio del 26 settembre arrivato in Segreteria di Stato si legge: «Durante i mesi estivi l'esodo forzato degli ebrei della Slovacchia si è svolto secondo i piani prestabiliti dal Governo e senza dar luogo a disordini. Dal 25 marzo alla metà d'agosto sono stati infatti deportati circa 70.000 individui»14. In un altro dispaccio del 3 ottobre, inviato dall'ambasciata di Polonia si legge: «I massacri degli ebrei da parte dei tedeschi in Polonia sono di pubblica notorietà. Queste uccisioni si fanno in massa, con mezzi differenti, fra gli altri, per asfissia in locali adattati a questo scopo»15. Una relazione scritta dal padre P. Scavizzi il 7 ottobre dice pressappoco le stesse cose: «La eliminazione degli ebrei, con le uccisioni di massa, è quasi totalitaria [...1; si dice che oltre due milioni di ebrei siano stati uccisi»16. Diversi mesi prima l'incaricato di affari della Santa Sede in Cecoslovacchia, mons. G. Burzio, aveva affermato che la deportazione di 80.000 ebrei da quella nazione «equivaleva per gran parte di loro a morte sicura»17, mentre il visitatore apostolico in Croazia, G. Marcorne, fece sapere in Vaticano di aver saputo dal capo della polizia ustascla che i tedeschi avevano già fatto morire circa due milioni di ebrei.

Insomma, le notizie che la Santa Sede in questo momento possedeva sulla tragica sorte degli ebrei non erano certamente di poco conto: forse erano episodiche, qualche volta oscure o lacunose, se si vuole, ma certamente tutte indirizzate verso una tragica verità: da qualche parte in Polonia si stava consumando un massacro, anche se in quel momento se ne ignorava l'entità. A nostro parere fu la conoscenza di queste allarmanti e tragiche notizie, più che la pressione degli Alleati, che spinsero il Papa a denunciare nel messaggio natalizio di quell'anno il massacro di tanti innocenti soltanto per motivi di nazionalità e di stirpe.- Accanto a questo c'erano però considerazioni di ordine politico-morale che spinsero il Papa a denunciare quei fatti. Gli Alleati, infatti, il 17 dicembre avevano emanato un comunicato congiunto sulle atrocità naziste contro gli ebrei; questo fu consegnato a Pio XII il 29 dello stesso mese dall'inviato inglese; in tale occasione egli «promise che avrebbe fatto tutto il possibile a favore degli ebrei». Inoltre, il Papa non voleva che, una volta finita la guerra, la Santa Sede fosse accusata di aver ignorato la sofferenza di un popolo e di non aver denunciato al mondo i crimini commessi contro di esso per motivi di calcolo politico; ciò avrebbe fortemente intaccato il suo prestigio morale e limitato la sua azione spirituale, soprattutto in un momento in cui essa si fosse posta come referente morale per gli Stati nella costruzione di un nuovo ordine mondiale. In ogni caso, il messaggio natalizio del Papa, nonostante il riferimento ai crimini commessi dai nazisti contro gli ebrei, fu accolto dalla diplomazia alleata con una certa freddezza. In particolare gli inglesi non gradirono per nulla il riferimento ai bombardamenti aerei compiuti dalla RAF sulla Germania.

In un dispaccio inviato al Foreign Office, l'inviato inglese riporta il suo colloquio con il Papa avuto qualche giorno dopo il messaggio natalizio, in questi termini: «È chiaro che il Papa ritiene che con la sua trasmissione abbia soddisfatto tutte le richieste di stigmatizzare i crimini nazisti nei territori occupati. La reazione di almeno alcuni tra i miei colleghi non fu proprio entusiastica. A me egli disse di aver condannato la persecuzione degli ebrei. Non potrei dissentire da questo, benché la condanna fosse deduttiva e non esplicita, e fatta alla fine di una lunga dissertazione su problemi sociali. Di fatto la sua critica dei sistemi totalitari non era errata e, dato il suo temperamento, ritengo che merita molto credito per molto di ciò che ha detto». Dello stesso tono è la relazione che l'incaricato di affari del presidente Roosevelt (e vice di Taylor), H. Tittmann jr, spedì a Washington. Egli, che alloggiava come il suo collega inglese in Vaticano, incontrò il Papa il 29 dicembre e lo informò del modo, non troppo entusiasta, in cui le sue parole erano state accolte dal suo Governo: «Il Papa mi diede l'impressione -scrive Tittmann - di essere sincero nel credere di aver parlato al riguardo abbastanza chiaramente, in modo da soddisfare quanti in passato avevano insistito perché egli pronunciasse nuove parole di condanna delle atrocità naziste e mi sembrò sorpreso quando io gli dissi che alcuni non condividevano questo suo convincimento. Aggiunsi che era chiaro per tutti che egli si era riferito ai polacchi, agli ebrei, e agli ostaggi, quando aveva affermato che centinaia di migliaia di persone erano state uccise o torturate senza loro colpa, a volte unicamente a causa della loro razza o nazionalità»18.

Il radiomessaggio fu una vera delusione per i membri del Governo polacco in esilio; essi si aspettavano che il Papa pronunciasse «parole di fuoco» contro i nazisti, che li avevano privati della libertà e della patria. Pio XII però non poteva ignorare il dolore e la sofferenza di quelli che in patria vivevano sotto il giogo della dominazione straniera: i vescovi residenti in Polonia più di una volta gli avevano fatto sapere che una sua denuncia pubblica contro i crimini nazisti avrebbe soltanto aggravato ulteriormente la loro posizione già molto precaria e quella di molti cattolici. Nell'ambiente dei fuorusciti polacchi c'era comunque, già da tempo, molto malumore nei confronti della Santa Sede: si ripeteva da più parti che il Papa non aveva aiutato i polacchi e che non aveva inviato un suo rappresentante presso il loro Governo in esilio per non inimicarsi i tedeschi. «Ciò che è più grave - scrive da Baghdad il delegato apostolico, riportando un suo colloquio avuto con l'incaricato di affari polacco - è che fra i rifugiati si parla di formare una Chiesa nazionale polacca; alcuni preti sarebbero favorevoli a questo progetto. A mio avviso il male viene dal fatto che troppo poca gente ha letto l'Enciclica e le allocuzioni del Santo Padre. I sunti dati dalla stampa inglese non danno di questi documenti che ciò che più piace agli anglosassoni»19.

L'ambasciatore polacco C. Papée fu ricevuto in udienza dal Papa il 21 gennaio; in quell'occasione l'ambasciatore gli consegnò una lettera del presidente polacco W Raczkiewicz. In essa non si faceva alcun cenno al messaggio natalizio e si insisteva di nuovo, come se il Papa non avesse parlato, per «una parola che indichi chiaramente e distintamente dove sta il male e che incrimini i suoi ministri»20. In una nota, vergata sullo stesso documento, mons. Tardini aggiungeva: «Questo documento è stato portato ieri a Sua Santità dall'ambasciatore polacco. Il Santo Padre gli ha fatto rilevare come, per tutto quello che la Santa Sede ha fatto e fa per i polacchi, manchi da parte di questi non solo la riconoscenza, ma anche il riconoscimento»21.

Il Papa, infatti, rimase sorpreso e addolorato per le parole del presidente. Nella relazione compilata dall'ambasciatore Papée per il suo Governo si legge: «Quando finii, il Papa, che prima era stato sorridente e benevolo, mi disse, manifestamente irritato: "In primo luogo mi domando se il presidente ha letto il messaggio di Natale. Sono sorpreso. Sono rattristato. Sì, rattristato. Non una solZ parola di gratitudine, di riconoscenza, di ammissione che io ho detto tutto, tutto. Sono stato chiaro e preciso". A questo punto il Papa citò vari brani del suo discorso di Natale, soffermandosi in particolare sulla condanna da lui pronunciata delle persecuzioni a causa di nazionalità o razza, delle esecuzioni, delle deportazioni e dei saccheggi. Citò interi passi a memoria»22.

Conclusione

Ma qual era il pensiero del Papa sul contenuto del suo messaggio natalizio di quell'anno? Era egli convinto di aver denunciato al mondo gli orrori della guerra, la deportazione e il massacro di popolazioni innocenti, quali erano gli ebrei e i polacchi, come gli veniva chiesto da diverse parti? Dalle relazioni degli ambasciatori dei Paesi alleati, che abbiamo sopra riportato, sembra proprio di si: Tittmann scrive che il Papa «era sincero nel credere eli aver parlato al riguardo [cioè su quanto gli chiedevano gli alleati] abbastanza chiaramente». Anche l'inviato inglese ha la stessa sensazione: «Ritengo - egli scrive - che [il Papa] merita molto credito per molto di ciò che ha detto». Ancora più interessante da questo punto di vista è la conclusione della relazione di Papée. Subito dopo l'udienza, scrive: «Mi sentivo rinsaldato nella convinzione che Pio XII è sinceramente e profondamente convinto di aver detto chiaramente ed esplicitamente tutto quanto era possibile dire in difesa del nostro Paese e che gli si chiede l'impossibile». Il Papa era.pienamente convinto di aver fatto fino in fondo il proprio dovere davanti a Dio e davanti al tribunale della storia. In una lettera del 30 aprile indirizzata all'arcivescovo di Berlino, K. von Preysing, scrive con tono sereno di aver «detto una parola di ciò che si fa attualmente contro i non-ariani nei territori sottomessi all'autorità tedesca. Fu un breve cenno ma fu ben compreso»23.

Anche con l'allora direttore della Civiltà Cattolica Pio XII fa riferimento al messaggio natalizio, che evidentemente aveva alleggerito il suo cuore e la sua coscienza di Pastore: «Il Santo Padre - riferisce il p. Martegani - si è trattenuto dapprima sul recente messaggio natalizio, che sembra esser stato bene accolto un po' dovunque, sebbene certamente fosse piuttosto forte»24. Nell'udienza successiva il Papa ritorna ancora sullo stesso oggetto, parlando in particolare delle ripercussioni che esso aveva avuto sugli uomini politici. «All'orecchio del Papa - riferisce il direttore - è giunto appena qualche dissenso secondario, su punti particolari. La situazione presente del mondo appare oscura un po' dappertutto; però il Santo Padre si mostra sereno e soprannaturalmente fiducioso»25.

Il Papa insomma era «soggettivamente» convinto di aver denunciato al mondo ciò che stava accadendo ai «non ariani» nei territori sottoposti all'autorità tedesca, di aver parlato «forte» contro gli orrori della guerra e in particolare contro i crimini compiuti dai nazisti. Alcuni storici ritengono però che tale denuncia sia stata insufficiente, dettata più da ragioni di prudenza politico-diplomatica che di sentita umanità26. In ogni caso essa risultava, sempre secondo questi interpreti, «oggettivamente» inadeguata alla grande tragedia che si stava consumando nel cuore dell'Europa27. L'atteggiamento di «riserbo» che la Santa Sede aveva scelto di tenere nel corso della guerra verso i belligeranti si rivelò soprattutto in quel frangente, commentano questi storici, inadeguato, insufficiente a rispondere alle gravi esigenze del momento28. Dal Papa, suprema istanza morale e spirituale dell'Occidente cristiano, il mondo civile, secondo loro, in quel momento si aspettava non tanto parole «prudenti», «equilibrate», forse anche giuste, quanto invece «parole di fuoco» nel denunciare la violazione dei diritti umani, e questo anche a rischio di mettere a repentaglio la vita di innumerevoli cattolici, sia chierici sia laici, che vivevano nei territori del Reich. In tal modo il Papa avrebbe compiuto la sua alta missione profetica.

Secondo noi, tale giudizio storico sull'operato di Pio XII sembra eccessivamente semplicistico sul piano storico-fattuale e ingiusto sotto il profilo soggettivo. Esso non tiene conto delle reali difficoltà del momento storico in cui si sviluppò l'azione del Pontefice e, allo stesso tempo, prescinde del tutto dall'indole, dalla sensibilità e dalla cultura di Papa Pacelli. Alcuni, storici spesso parlano del Papa e del Papato in modo astratto, ideologico, senza considerare il fatto che il «ministero petrino» si concretizza a livello storico nella persona di singoli individui, con i loro pregi e con i loro limiti umani, e che la Chiesa nella sua azione concreta, come tutte le grandi istituzioni che hanno una lunga tradizione, guarda anche al passato e insieme al futuro, oltre che alle necessità e alle urgenze del presente. Abbiamo già detto e anche cercato di provare che Pio XII era «soggettivamente» convinto di avere parlato «forte». Egli pensava che la modalità mediante la quale aveva espresso la sua denuncia fosse la più adeguata, la più giusta in quel momento particolare. Egli era convinto di aver detto «tutto» e «chiaramente» e di averlo fatto in modo tale da non esporre alle rappresaglie naziste i fedeli cattolici che vivevano nei territori del Reich e gli ebrei. Per lui questo era un punto irrinunciabile e di estrema importanza, come disse chiaramente sia durante la guerra sia subito dopo. Dei rischi oggettivi che un intervento più esplicito esponesse le vittime a maggiori rappresaglie e persecuzioni abbiamo già parlato in vari articoli precedenti Insomma si può discutere all'infinito se la denuncia del Papa sia stata adeguata o meno alla gravità del momento, e su questo si possono avere legittimamente in sede storica posizioni differenti, ma non si può dire, come si fa da parte di alcuni «panflettistí», che il Papa abbia scientemente «taciuto» ciò che stava accadendo agli ebrei, o perché filonazista o semplicemente per insensibilità verso di loro a motivo del suo antigiudaismo o antisemitismo.

L'anno successivo il Papa ritornò a denunciare la persecuzione contro gli ebrei in un discorso ai cardinali tenuto in occasione del suo onomastico (2 giugno): «Non vi meravigliate, venerabili Fratelli e diletti.Figli, se l'animo Nostro risponde con sollecitudine particolarmente premurosa e commossa alle preghiere di coloro che a Noi si rivolgono con occhio di implorazione ansiosa, travagliati come sono per ragioni della loro nazionalità o della loro stirpe, da maggiori sciagure e da più acuti e gravi dolori, e destinati talora, anche senza colpa, a costrizioni sterminatrici». A quel tempo in Vaticano non si sapeva ancora nulla dell'orrore di Auschwitz, tanto meno della «soluzione finale» segretamente decisa da Hitler e da alcuni gerarchi nazisti già nel 1942, anche se numerose erano le notizie allarmanti che arrivavano alla Santa Sede sul tragico destino a cui sembrava avviato il popolo dell'Antica Alleanza.

Vorremmo concludere con una considerazione: spesso i «critici» di Pio XII insistono nel dire che è propria del Romano Pontefice la missione profetica, in base alla quale egli è chiamato a denunciare sempre e in ogni caso qualsiasi violazione dei diritti umani, e questo è certamente vero. Ricordiamo però che è del Romano Pontefice anche la missione sapienziale, di saper cioè discernere e scegliere di volta in volta la via giusta, o almeno la più opportuna, da intraprendere per il bene della Chiesa e per il maggior servizio degli uomini, e, nei momenti più difficili, la più indicata a lenire la sofferenza dei più deboli, facendosi operosa e prodiga di attenzione per tutti, anche nel forzato silenzio. Pio XII non ebbe, probabilmente, una tempra di profeta (uomo di pace - lo ricorda il cardinale Tardini -, egli ebbe la sventura di vivere in tempi di guerra), ma certamente fu un uomo dotato in massimo grado di virtù sapienziali, che ha saputo generosamente mettere al servizio della Chiesa.



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Note


1 Cfr G. SALE, «Ordine interno delle nazioni e guerra mondiale nel Radiomessaggio natalizio di Pio XII del 1942», in Civ. Catt. 2002 IV 343-355.

2 Cfr la Repubblica, 20 novembre 2002.

3 «Il signor Consigliere Wollenweber, dell'ambasciata di Germania - si legge in un biglietto di cancelleria - venne due giorni fa in Segreteria di Stato ed oggi ha rinnovato per telefono la sua richiesta: 1) Se potrà avere copie del discorso del Santo Padre con qualche anticipo o almeno, prima che siano date ai giornalisti [in matita il cardinale Maglione ha appuntato: subito dopo il discorso del Santo Padre] 2) A quale ora potrà venire in Segreteria di Stato per ritirare le copie [in matita: alle 12,3013) Se potrà avere otto copie in tedesco e tre in italiano [in matita: si spera di sì; avvertire mons. Tardini] 4) Se potrà avere qualche copia del discorso del Santo Padre ai cardinali [in matita: purtroppo no; lo avrà dall'Osservatore]»: ARCHIVIO DELLA CIVILTÀ CATTOLICA (ACC), Fondo non ordinato.

4 Ivi, Fondo non ordinato.

5 Citato in A. RHODES, Il Valicano e le ditialure: 1922-1945, Milano, Mursia, 283.

6 Ivi, 284.

7. ACC, Fondo non ordinato.

8 «Le soldat allemand puni pour avoir diffusé le message de Pie XII», in La Croix, 21 mars 2002.

9 Cfr R, MORO, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei, Milano, il Mulino, 2002, 14.

10 Actes et Documents du Saint Siege Relatifs à 1a Seconde Guerre Mondiale (ADSS), vol. V, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 1969, 705. Dello stesso tenore è un'udienza di Taylor con il card. Maglione. In un resoconto dell'udienza si legge: «Taylor manifesta di assentire [a ciò che gli viene detto dal cardinale], ma insiste sula opportunità di un appello di carattere superiore. Le precedenti dichiarazioni essendo state fatte da molto tempo, sembrerebbe giunto il momento di farne un altro. Certamente sarebbe da tutti ben accolto. Purtroppo sia gli individui che i popoli hanno deboli memorie; molti desidererebbero che Sua Santità faccia ogni giorno una denuncia di questi mali. Sua Eminenza assicura il sign. Taylor, però, che, a suo avviso, il Santo Padre, alla prima occasione che si offrirà, non mancherà di esprimere nuovamente il suo pensiero» (ADSS, vol. V, 721 s).

11 Ivi, vol. VIII, 665.

12 Ivi, 666.

13 Ivi, 669.

14 Ivi, 665.

15 Ivi, 670.

16 Ivi.

17 Ivi, 453.

18 Citato in R. GRAHAM, «La Santa Sede e la difesa degli ebrei durante la seconda guerra mondiale», in Civ. Catt. 1990 III 221.

19 ADSS, vol. VIII, 666.

20 Ivi, vol. VII, 180.

21 Ivi.

22 Questo brano, poco conosciuto, è stato scoperto dal p. R. Graham nell'archivio del Governo polacco a Londra (Sikorski Institute) (cfr R. GRAHAM, «La Santa Sede e la difesa degli ebrei...», cit., 222).

23 ADSS, vol. II, 326.

24 ACC, Diario delle consulte, 28 dicembre 1942.

25 Ivi, 12 gennaio 1943.

26 Cfr M. PHAYEIR, La Chiesa cattolica e l'Olocausto, Milano, Newton & Compton, 2001. Secondo questo autore furono tre le cause «che impedirono al Papa di affrontare in modo costruttivo il problema ebraico». La prima è da porre in relazione alla sua sensibilità e cultura giuridico-diplomatica. «Eranoo - scrive - le faccende contrattuali e le piccole questioni diplomatiche ad assorbire il Papa, non certo l'antisemitismo, tanto meno l'Olocausto» (p. 251). La seconda causa riguardava la sua «fissazione anticomunista», per cui egli fece di tutto per non indebolire troppo la Germania, bastione europeo contro il comunismo. La terza, la rigidità del suo carattere. L'autore riporta a questo proposito due testimonianze dell'inviato del presidente Roosevelt, M. Taylor, che sottolineava «l'indecisione caratteriale del Papa, dovuta a scoraggiamento e depressione» (27 marzo 1941), per cui (continuava in un dispaccio del 1945) «non prende mai decisioni importanti con facilità». Nonostante Phayer sia molto critico nei confronti di Pio XII, egli non approva le teorie di Cornwell: «Contrariamente alle teorie di Cornwell, Pio XII non nutriva un forte antisemitismo. [...] Egli però non seppe reagire al genocidio. Egli si affidò ai contatti e alla diplomazia che non furono di nessun aiuto per gli ebrei» (p. 255). La vera colpa di Pio XII sarebbe stata secondo questo autore il suo «consapevole silenzio». Se egli avesse denunciato i crimini nazisti, «avrebbe avvicinato i cattolici alla causa degli ebrei».

27 Cfr S. ZUCCOTTI, Il Valicano e l'Olocausto in Italia, Milano, Bruno Mondadori, 2001, 112.

28 Cfr G. MICCOLI, I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Valicano, Seconda Guerra Mondiale e Shoah, Milano, Rizzoli, 2000; A. RICCARDI, «Governo e "profezia" nel pontificato di Pio XII», in Pio XII, Bari, Laterza, 1984, 49. Di diverso avviso e invece il recente M. NAPOLITANO, Pio XII tra guerra e pace. Profezia e diplomazia di un papa (1939-1945), Roma, Città Nuova, 2002; A. TORNIELLI, Pio XII. Il Papa degli ebrei, Casale Monferrato (AL), Piemme, 2001.