Da: La Civiltà Cattolica, Roma, 16 novembre 1996, v. IV a. 147, n. 3514, pp. 330-337
Il
"Protocollo" e la censura elvetica
Le
informazioni attraverso canali diplomatici e agenzie
Cautela
nella diffusione di notizie
Conclusione
Robert A. Graham
S.J.
In un famoso telegramma all'ammiraglio Horthy del 25
giugno 1944, Papa Pio XII si appellò in termini solenni al
Reggente di Ungheria "affinché facesse tutto ciò
che era in suo potere per risparmiare ulteriori sofferenze a tanti
sventurati che soffrivano a causa della loro nazionalità e
della loro razza ". A che cosa poteva riferirsi, con un simile
gesto, in un momento del genere, se non alle decine di migliaia di
ebrei che erano stati rastrellati e già in parte deportati...
verso una "destinazione sconosciuta"? Il messaggio del Papa
fu il primo di una serie di proteste inviate a Horthy, seguite da
analoghi appelli, ad esempio, da parte del re di Svezia, del Comitato
Internazionale della Croce Rossa e del Movimento Ecumenico di
Ginevra. In risposta, il Reggente ungherese, nonostante la sua debole
posizione in un Paese occupato dai tedeschi, riuscì a bloccare
queste deportazioni per un certo periodo di tempo. Egli venne ben
presto rimosso dalla sua carica e la tragedia ricominciò.
Il
"Protocollo" e la censura elvetica
Il
"Protocollo di Auschwitz" era una munga e sconvolgente
testimonianza di due giovani ebrei slovacchi, Rudolf Vrba e Alfred
Wetzler, che erano fuggiti dl terribile campo di sterminio
nell'aprile del 1944. La "destinazione sconosciuta" venne
finalmente identificata: era il campo di concentramento di Auschwitz
- Birkenau, nella Slesia Superiore, del quale incredibilmente a
quell'epoca si conosceva ancora ben poco. I due scampati sostenevano
fermamente che gli ebrei ungheresi sarebbero stati le successive
vittime designate e che quindi dovevano essere avvisati.
Il
"Protocollo" rimane un documento del periodo di guerra di
grande rilievo. Venne immediatamente tradotto in varie lingue nel
mese di maggio 1944 e le copie per la distribuzione clandestina
furono inviate , tra l'altro, in Vaticano. Per la precisione, i
responsabili degli ebrei slovacchi decisero d'inoltrare il documento
al Jewish Agency Center d'Istanbul, al capo del Movimento giovanile
ebraico di Ginevra, al Rappresentante pontificio a Bratislava e, in
particolar modo, a Rudolf Kastner, del Comitato per la Liberazione
degli Ebrei a Budapest(1). Il "Protocollo" venne
effettivamente affidato al consigliere di nunziatura mons. Giuseppe
Burzio, che a sua volta lo inviò alla Santa Sede a mezzo di
una valigia diplomatica datata 22 maggio(2). Purtroppo il percorso fu
penosamente lento e trascorsero intere settimane durante le quali le
deportazioni proseguirono, e ancora oggi l'utilizzo, o meglio il non
utilizzo, del "Protocollo" fatto in quel periodo
soprattutto in Ungheria rimane in alcune occasioni motivo di aspre
discussioni.
Quando in Svizzera se ne cominciò ad avere
qualche sentore per via clandestina, la censura elvetica da principio
ne impedì la divulgazione da parte della stampa, poiché
era da considerarsi nel modo più assoluto una "storia di
atrocità" proibita. La situazione venne aggravata dal
fatto che il messaggio di mons. Burzio non pervenne mai al Vaticano,
o perlomeno vi giunse quando era ormai molto tardi. A causa di
circostanze impreviste il documento venne infatti trascinato negli
eventi del D-day e della liberazione di Roma. Per ragioni di
sicurezza, gli Alleati bloccarono il traffico aereo da Madrid a Berna
e inoltre vietarono l'invio e il ricevimento di corrispondenza
diplomatica, da parte delle ambasciate neutrali, a Roma.
Quello
che avrebbe potuto essere un semplice provvedimento provvisorio si
protrasse per mesi. (Al Delegato apostolico a Washington venne
finalmente accordato di inviare i dispacci personalmente tramite la
missione diplomatica degli Stati Uniti). Questa è la ragione
per la quale il "Protocollo di Auschwitz", e senza dubbio
altri importanti messaggi, giunsero in Vaticano, se mai vi giunsero,
soltanto nel mese di ottobre. Senza l'ausilio della Radio Vaticana e
dei sui telegrammi radiofonici, il Papa sarebbe stato completamente
tagliato fuori nelle settimane decisive. Anche una sintesi di cinque
pagine del "Protocollo", spedita al nunzio a Berna, mons.
Filippo Bernardini, il 28 luglio, giunse troppo tardi(3). E' evidente
che il telegramma di Pio XII all'ammiraglio Nicholas Horthy non si
era ispirato al contenuto del "Protocollo" del quale il
Papa non era ancora a conoscenza. L'intervento fu determinato
piuttosto dai messaggi che il Pontefice aveva ricevuto (via radio) da
fonti ebraiche negli Stati Uniti e dal suo Nunzio a Budapest.
Le
informazioni attraverso canali diplomatici e agenzie
Anche in
assenza di prove documentate di ciò che accadeva ad Auschwitz,
la Santa Sede era consapevole del fatto che gli ebrei ungheresi
fossero in pericolo di morte. Il nunzio a Budapest, mons. Angelo
Rotta, tenne informati i suoi Superiori sulla gravità della
situazione e intervenne ripetutamente presso il Governo quando gli
antisemiti intrapresero azioni di polizia sotto il comando di Adolf
Eichmann. Gli ebrei, facilmente rastrellati, versavano, soprattutto
in Transilvania, in condizioni miserevoli. Il 10 giugno il Nunzio
scrisse al ministro degli Esteri: "Si afferma che non si tratta
di deportazione ma di lavoro obbligatorio. Si può discutere
sulle parole; ma la realtà è uguale. Quando vengono
condotti via anziani con più di 70 e anche 80 anni, donne in
età avanzata, bambini, malati, ci si chiede: a quale lavoro
possono essere destinati questi esseri umani? Si risponde che viene
concessa agli ebrei la possibilità di condurre con sé i
propri familiari; ma allora la partenza di questi dovrebbe avvenire
liberamente. E che cosa dire poi dei casi nei quali i vecchi malati
sono i soli a essere deportati là dove non ci sono familiari
che dovrebbero seguire? E quando si pensa che agli operai ungheresi
che si recano in Germania per motivi di lavoro è vietato
condurre con sé i propri familiari, si rimane veramente
stupiti di vedere come questo grande favore sia accordato soltanto
agli ebrei"(4) .
La Santa Sede, come è risaputo,
era regolarmente informata dalle agenzie britanniche e statunitensi
dedite al soccorso degli ebrei sui problemi urgenti nel momento
stesso in cui si manifestavano. Andando non troppo a ritroso nel
dramma nascente, il delegato vaticano a Washington mons. Amleto
Cicognani riferì il 9 giugno, in base a una fonte ebraica
(Comitato di Emergenza per Salvare gli Ebrei d'Europa): "Si sa
per certo che lo sterminio degli ebrei è cominciato e sta
continuando. Sono circa un milione". Il portavoce sollecitava un
"pubblico appello" del Papa forte e incisivo. Entro il 12
giugno il Segretario di Stato aveva già preparato la bozza di
ciò che stava per diventare il telegramma a Horthy. Il 17
giugno, il card. Maglione, Segretario di Stato, chiese al Nunzio a
Budapest di confermare il contenuto del telegramma di Cicognani del 9
giugno. La risposta di mons. Rotta, datata 18 giugno, fu immediata ed
energica. Egli riferì che era stato calcolato che 300.000
ebrei erano già stati deportati, aggiungendo che le condizioni
nelle quali venivano trasportati erano "veramente orrende",
e consigliò un "intervento diretto" del Papa. A
queste dichiarazioni fece seguito il telegramma del 25 giugno.
Sebbene avvolto in circonlocuzioni, il testo risultò
perfettamente chiaro al destinatario e sortì il suo
effetto.
Copie e compendi del "Protocollo"
raggiunsero gli ebrei e vari luoghi della Svizzera durante il mese di
giugno. E' difficile stabilire con esattezza le date e i canali
utilizzati. Le agenzie di soccorso e di liberazione ebbero solo un
vago sentore di ciò che era riportato nel documento ed
esitarono ad agire. Chi avrebbe potuto biasimarle? Si trovarono di
fronte a un'agghiacciante realtà alla quale erano
assolutamente impreparate. Una cosa è certa: la reazione della
stampa fu lenta. Ma verso la fine del mese un certo Georges Mantello
(Mandel), ufficiale consolare di El Salvador, egli stesso originario
della Transilvania, ricevette una propria copia dall'Ungheria e fu
infaticabile nel distribuire copie, mentre la stampa manteneva ancora
il silenzio.
Cautela nella diffusione di notizie
All'ufficio
elvetico per la censura, Abteilung Presse und Funkspruch (APF), venne
affidato l'incarico di esaminare tutto ciò che veniva
pubblicato e trasmesso per radio in quel periodo e di ammonire tutti
coloro che si discostavano dalle direttive dell'Ufficio. Gli archivi
di Berna, che ora è possibile consultare, rivelano la
particolare attenzione che i censori dedicarono alle pubblicazioni
riguardanti gli ebrei. Un gran numero di "segni verdi"
esigevano la revoca di notizie discutibili diramate, ad esempio,
dalla JUNA, l'agenzia d'informazione ebraica. Il testo del rapporto
venne stilato assai velocemente, non appena il direttore dell'agenzia
d'informazione britannica Exchange Telegraph (Extel), Walter Garrett,
si trasferì all'APF il 24 giugno, chiedendo di pubblicare un
resoconto sul trattamento degli ebrei in Ungheria e sulle sofferenze
patite dagli ebrei a Birkenau, il campo di concentramento della
Slesia.
Dopo varie trattative, venne accordato a Garrett il
permesso di pubblicare la storia, a condizione che fosse priva
dell'indicazione della data e del luogo di origine (Berna, Svizzera).
Il censore pensò che in questo modo i tedeschi non avrebbero
potuto attribuire la responsabilità alla Svizzera. Leggiamo
negli archivi dell'APF(5) quanto segue: "Alti esponenti
ecclesiastici della Chiesa cattolica si fecero garanti della fonte
descritta come rapporto protocollare; il resoconto fu approvato con
l'impegno di Garrett di non apporre sul documento dell'Exchange
Telegraph la data e il luogo di emissione: la Svizzera. Il primo
consisteva, prosegue il censore, in una innocua descrizione del
trattamento riservato agli ebrei in Ungheria, pubblicato alcuni
giorni dopo dalla nostra stampa attribuendone la provenienza
all'agenzia Exchange Telegraph di Ankara. Tuttavia ci fu un secondo
servizio di Garrett, meno inoffensivo, sulle condizioni degli ebrei
in Slesia, sempre di origine "Ankara", diffuso nel nostro
Paese con la qualifica di "rapporto confidenziale" da parte
dell'Exchange Telegraph ".
L'apertura di questo varco
segnò la fine del divieto, da parte della Svizzera, relativo
alle notizie riguardanti il comportamento dei nazisti nei confronti
degli ebrei. Ma chi erano gli "alti esponenti della Chiesa
cattolica", presentati come garanti dell'autenticità di
queste informazioni? Che cosa sapevano di Auschwitz? Poiché la
fonte delle informazioni era l'Ungheria, si può supporre che
il referente fosse un ecclesiastico ungherese, ma esiste un'altra
possibilità, che si trattasse di un riferimento a mons.
Armando Martillotti, in servizio presso la nunziatura di Berna, le
cui credenziali erano uniche e straordinarie.
Abbiamo
accennato al messaggio di mons. Burzio del 22 maggio. Ci fu un
seguito, o un ulteriore approfondimento, nei rapporti tra lui e gli
ebrei slovacchi. Nel giro di alcune settimane mons. Martillotti
apparve sulla scena in veste di corriere da Berna. Egli volle
incontrare, e lo fece, gli autori del "Protocollo". Il
leader slovacco Oscar Krasnansky acconsentì alla richiesta di
mons. Burzio e l'incontro ebbe luogo il 20 giugno nel convento dei
padri scolopi a Svaty Jur, nelle vicinanze di Bratislava. Per lunghe
ore mons. Martillotti interrogò Vrba e un altro fuggiasco, un
polacco di nome Czeslaw Mordovic. Krasnansky scrisse nella sua
relazione: "Ho avuto la sensazione che Martillotti conoscesse
molto bene il "Protocollo di Auschwitz". Fece molte domande
e scrisse una breve sintesi delle risposte. Non fece alcun commento
sulle atrocità commesse dai nazisti, ma si dimostrò
molto interessato alla sorte dei sacerdoti ad Auschwitz. Nel corso
delle sei ore dell'incontro fotografò i numeri tatuati sulle
braccia dei fuggiaschi e al termine ribadì la sua promessa di
fare tutto ciò che era in suo potere per fermare lo sterminio
di massa a Birkenau". Nelle sue memorie, Rudolf Vrba scrisse:
"Quando terminammo di descrivere minuziosamente gli orrori che
io ho narrato, egli stava piangendo. -Signor Vrba, -disse-, riferirò
il vostro resoconto alla Croce Rossa Internazionale di Ginevra, che
prenderà provvedimenti e farà in modo che raggiunga le
autorità competenti-"(6).
Pochi giorni dopo,
Martillotti, profondamente sconvolto, faceva ritorno in Svizzera;
siamo a conoscenza di pochi dettagli sui suoi movimenti dei giorni
seguenti. Finalmente le cose cominciarono a muoversi velocemente: il
19 giugno Mantello ricevette la sua copia e la consegnò a
Garrett. Sappiamo inoltre che mons. Martillotti entrò in
contatto con il rappresentante del Comitato dei rifugiati di guerra
degli Stati Uniti, Roswell D. Mc Clellan, che riferì a
Washington quanto segue: " Ieri a Berna ho avuto la possibilità
di conferire con il rappresentante della nunziatura pontificia che ha
intervistato personalmente i due giovani. Egli ha affermato la sua
convinzione che il resoconto delle loro esperienze fosse
assolutamente conforme alla realtà".
Conclusione
Questi
particolari riguardanti mons. Martillotti si trovano nell'articolo di
Erick Kulka, pubblicato su Zeitgeschichte , agosto - settembre 1986,
" Kampf der judischen Häftlinge gegen die Endlösung in
Auschwitz" (Lotta dei prigionieri ebrei contro la soluzione
finale, ad Auschwitz). Non esiste una documentazione corrispondente
da parte della Santa Sede. E' dunque anche questo dovuto al blocco
delle comunicazioni di quel periodo? L'espediente delle informazioni
siglate "Ankara" consentì alla stampa elvetica di
dare notevole risonanza alla condizione degli ebrei. Lo scrittore
ungherese Jeno Levai, nel suo libro Abscheu und Grauen vor dem
Genocid in aller Welt (7), fornì un mungo elenco di commenti
da parte della stampa svizzera usciti dopo il 24 giugno, ma il
"Protocollo" doveva ancora compiere un lungo cammino.
Soltanto alcuni giorni dopo il resoconto di "Ankara", che
provocò grande scompiglio nella stampa svizzera, il New York
Times riportò un servizio sull'argomento proveniente dalla
Svizzera. Nel numero del 7 luglio era descritto "il riuscito
occultamento dell'esistenza di due "campi di sterminio modello"
per ebrei ad Auschwitz e Birkenau nell'Alta Slesia".
Nell'articolo seguivano altri dettagli facilmente riconoscibili come
parte del "Protocollo". "Più di un milione e
mezzo di persone sono state assassinate nei due anni passati" e
via dicendo.
Questo testo esplosivo continuò a essere
citato soltanto tramite brani scelti e ancora oggi è difficile
trovarlo per esteso nei libri riguardanti l'argomento. Il Comitato
per i Rifugiati di guerra degli Stati Uniti lo mise in circolazione
per intero soltanto nel novembre del 1944 e non venne incluso nella
voluminosa raccolta di documenti del Tribunale Militare
Internazionale di Norimberga. Negli Stati Uniti il capo dell'Ufficio
Informazioni di Guerra (OWI) Elmer Davis levò proteste contro
la sua pubblicazione, temendo che il documento potesse compromettere
la credibilità del suo servizio. Il "Protocollo"
veniva ancora considerato una "storia di atrocità".
Un
capitolo finale sulla storia della censura svizzera? Sembra, dagli
archivi di Berna(8), che un modesto bollettino cristiano di Berna,
nel suo numero di agosto del 1944, contenesse un articolo su
Auschwitz intitolato "Judenmord". A causa dell'argomento,
forse per la forza dell'abitudine, venne prontamente richiamato
all'ordine dall'Abteilung per aver pubblicato notizie "false e
non verificabili". L'editore si appellò al fatto che le
informazioni provenivano da "canali diplomatici" e le sue
affermazioni ebbero il supporto di Karl Barth, Emil Brunner e Willem
Vissert Hooft. Il tribunale incaricato accettò la
pubblicazione del Nydeggkirchengemeinde, asserendo che non si
trattava di una storia di atrocità bensì di una
"semplice narrazione dei fatti".
Il caso del
"Protocollo di Auschwitz" dimostra quanto sia stato
difficile per questo e altri messaggi del genere raggiungere
l'opinione pubblica, e spiega perché ancora oggi possano
sorgere polemiche sulla sua veridicità storica. Trascorsero
parecchie settimane prima che il documento raggiungesse la Svizzera
in gran segreto e altro tempo ancora fu necessario per sormontare
l'ostacolo della censura e per fare chiarezza sullo svolgimento degli
eventi. A rallentare ulteriormente il suo cammino contribuì
l'interruzione delle normali comunicazioni ufficiali nelle aree
controllate dai nazisti (e non solo), tra cui lo stesso Vaticano
spiccava come vittima di eccezione. Ci fu una manifesta riluttanza da
parte dei Governi nel prendere in considerazione rapporti che
sembravano eccessivi o propagandistici, e per una lunga serie di
ragioni anche la comunità ebraica mondiale fu lenta nel
percepire la realtà. In conclusione, risultò
impossibile credere alla verità, ben lontana da qualunque
storia che un propagandista nato o uno scrittore di racconti
dell'assurdo potesse mai avere inventato.
(1) Cfr. Y.
Bauer - N. Rotereich, "What did they know and when?", in R.
Braham (ed.), The Holocaust at Historical Experience, New York,
Holmes and Maier, 1981, 119.
(2) Cfr. Actes et documents de
Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale, vol.
X, Città del vaticano, Libr. ed. Vaticana, 1980, 281
(3)
Cfr. ivi, 64.
(4) Cfr. ivi, 311
(5) Berne, Archives,
Bestand 4450, n. 1393
(6) R. Vrba, I cannot forgive, New York,
Grove, 1964, 256.
(7) J. Levai, Abscheu und Grauen vor dem
Genocid in aller Welt, London, Living Books, 1968.
(8) Berne,
Archives, Bestand 4450, n. 175