Elenco dei provvedimenti antiebraici



Conseguenze



Da: Michele Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista.Vicende, identità, persecuzione, © 2ooo Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino, pp.271-283

ISBN 88-06-15016-2

5. Gli ebrei tra deportazione, clandestinità e resistenza.

In termini assoluti, le circa 7700-7900 vittime della Shoah costituivano il 18 per cento delle forse 43 000 persone classificate «di razza ebraica» (ebree, cattoliche o agnostiche che fossero) presenti in Italia centrale e settentrionale subito dopo l'8 settembre 1943135. Tale percentuale costituisce una media aritmetica tra situazioni molto diverse. In linea generale, pare legittimo affermare che la deportazione colpì più pesantemente gli ebrei «effettivi» e con genitori e coniuge dalle medesime caratteristiche piuttosto che quelli cattolici e con un genitore o il coniuge classificati «ariani»136. Il gruppo degli ebrei stranieri venne decimato in misura proporzionalmente doppia rispetto al gruppo degli ebrei italiani137. Anche all'interno delle comunità sono riscontrabili differenze: a Trieste gli ebrei corfioti, pari a circa un terzo degli iscritti, costituirono oltre la metà dei deportati138. Ciò fu conseguenza anche della loro maggiore povertà, fattore che ovunque costituì un notevole ausilio per gli arrestatori (il 22 febbraio 1944 un ebreo esponente antifascista a Firenze venne a sapere - e potè impedire - che una famiglia «voleva consegnarsi ai tedeschi perché aveva esaurito tutti i mezzi di sussistenza»139; e le testimonianze degli ebrei romani non arrestati illustrano come la possibilità di salvezza fosse ancorata alla disponibilità di denaro o valori, propri o di amici generosi 140). Tra gli italiani, il gruppo che più di tutti subì l'annientamento nazifascista fu con ogni probabilità quello degli ebrei per eccellenza, delle guide spirituali delle comunità: dei ventuno rabbini capo, o facenti funzioni di rabbino capo, operanti nel settembre 1943, ben nove vennero arrestati, deportati ad Auschwitz e lì uccisi141.

La percentuale complessiva degli arrestati si presta male a considerazioni comparative internazionali di ordine generico. Queste richiedono infatti un'opera preliminare assai complessa per calibrare, per ciascun Paese europeo coinvolto nella Shoah, la durata del periodo degli arresti, la proporzione (ossia, la possibilità di dispersione) degli ebrei nella popolazione complessiva, la «separazione» degli uni rispetto all'altra (in conseguenza dell'evoluzione storica precedente e dei risultati conseguiti dal «moderno» antiebraismo degli anni Trenta), la priorità assegnata dalle forze di polizia alle grandi retate (in Italia queste cessarono sostanzialmente nel dicembre 1943, con la dispersione dei braccati), la coesione della società e la capacità di dominio - soprattutto in relazione all'andamento bellico - del regime antisemita al potere od occupante, la disponibilità della popolazione all'antisemitismo (e di quale grado) e all'assistenza (e di quale grado), la circolazione delle notizie (più o meno precise) sulla realtà dello sterminio e altri fattori.

La maggioranza degli ebrei esitò a rendersi conto della tragica prospettiva che si era improvvisamente delineata l'8 settembre; molti di coloro che compresero tempestivamente si trovarono bloccati dalla mancanza di soldi causata dal notevole impoverimento del precedente quinquennio persecutorio, dalla mancanza di spirito di iniziativa, dalla presenza di famigliari malati o anziani, ecc.142. Peraltro, se l'8 settembre 1943 l'intera popolazione italiana si trovò priva di informazioni e di direttive, gli ebrei furono del tutto abbandonati a se stessi, totalmente soli e, a seguito della politica di separazione attuata nel precedente quinquennio, più deboli e più indifesi degli altri italiani143. È lecito ritenere che se, specialmente in settembre, ottobre e novembre 1943, i nazisti avessero potuto destinare un maggior numero di uomini all'esecuzione degli arresti e se, specialmente nel dicembre seguente, i fascisti avessero potuto fare altrettanto, il bilancio della Shoah nella penisola sarebbe stato ancora più tragico.

In sostanza, il passaggio degli ebrei alla clandestinità fu un processo graduale, stimolato proprio dal susseguirsi e dall'infittirsi degli eccidi e degli arresti. Solo col trascorrere delle settimane i più - salvo i molto anziani, i malati gravi, i noncuranti irriducibili e i disperatamente miseri - si nascosero o si camuffarono, abbandonando la propria casa, le proprie abitudini, spesso il proprio nome.

Questo meccanismo processuale è bene evidenziato in questo brano di diario di un ebreo scampato all'eccidio del lago Maggiore:

[Mercoledì 15 settembre 1943] Già nei giorni precedenti avevamo parlato [con amici] dell'opportunità di un mio allontanamento da Stresa. [...] In matti­nata avevo parlato di questo argomento coll'avvocato Massarani, che non era molto convinto! Alle 17 proviamo la radio che non funziona più. La faccio por­tare da Umberto a Prini, seguendolo poi in bicicletta. Incontro la signora Otto­lenghi e mi racconta come una signora sia giunta all'albergo di Baveno descri­vendo le atrocità già commesse dalle S.S. sulla famiglia Serman e su due signo­re ebree arrestate mentre erano dal parrucchiere. Incontro pure l'Ing. Levi: di­ce che pare non molestino le persone sopra ai 6o anni! Ma chi si fida? [...] Il Sig. Giannoni, che rientra da Milano, racconta dell'arresto ad Arona di sette persone, fra cui i Cantoni. A Meina, di dodici persone fra cui molti stranieri. Insiste perché io fugga al più presto perché si prevede che le S.S. arrivino do­mattina a Stresa. Telefono subito a Tonino. Mi risponde che sa già quanto gli voglio dire e mi invita a trovarmi domattina alle 6 davanti alla sua villa per par­tire alle 6.30 con sua moglie che mi porterà al sicuro.

[...] Giovedì 16 settembre. Ci incontriamo alle 6 davanti alla sua villa... [quel giorno stesso a Stresa i tedeschi arrestarono Tullo Massarani con la sorella Olga e Lina Ottolenghi col padre Giuseppe]144.

Una dirigente torinese dell'azione di soccorso così descrisse all'organizzazione centrale in Svizzera la situazione degli ebrei nel febbraio 1945:

Da oltre un anno gli ebrei sono scomparsi dalla circolaziond. Non ne devono più esistere nella Rep. Soc. Italiana. Eppure di tanto in tanto per la strada accade di incontrare qualche parente, qualche amico. I volti si animano, la gioia di ritrovarsi brilla negli occhi. Istintivo e reciproco è il pensiero: «Sei ancora vivo?» Si narrano in breve le vicende e le peripezie subite. Sono per lo più le medesime: gravi pericoli corsi, vagabondaggi di paese in paese, sempre con il terrore di essere scoperti, separazioni improvvise di famiglie, sofferenze morali e disagi fisici sopportati. E purtroppo immancabilmente c'è qualche brutta notizia: « Sai, hanno ucciso in combattimento Sergio. Hanno preso Guido e sua moglie. Il bimbo di pochi mesi è stato raccolto da parenti! » Il pensiero va agli amici cari di un tempo, a qualche serata passata insieme lietamente, spensieratamente. Amici che non rivedremo più. Uccisi o deportati è la stessa cosa. Anzi, l'ucciso ha dato generalmente la propria vita per un ideale; muore subito o quasi; riceve, sia pure nel modo più occulto o modesto, sepoltura. I compagni ne riferiscono gli ultimi istanti, parlano della sua morte. Del deportato in Germania non se ne sa più nulla; muore in qualche oscuro campo di concentramento dopo atroci sofferenze fisiche o morali, ridotto forse ad uno stato di abbrutimento animalesco.

I due si lasciano. Naturalmente l'uno tace all'altro il proprio indirizzo, le proprie nuove generalità.

E chissà quando si riincontreranno, se pure si incontreranno ancora145.

Anche nei luoghi di internamento, nei convogli di deportazione, ad Auschwitz, «il pensiero va agli amici cari di un tempo». Così lo trascrisse il 7 dicembre 1943 Abramo Segre, in un biglietto gettato dal treno:

Cara Lucia,

affido questo mio scritto alla bontà di qualcuno che vorrà imbucare.

È il secondo giorno che mi trovo chiuso in un vagone bestiame con i miei e con altre 200 persone in viaggio verso il campo di concentramento. Ho la prospettiva terribile di 8 giorni di viaggio per raggiungere Cracovia in Polonia.

Ho il presentimento purtroppo che questo viaggio sia per me e i miei senza ritorno, perché se non soccomberemo per la fame e per le fatiche cui verremo sottoposti non potremo resistere ai freddi terribili, scarsamente vestiti e calzati come ci troviamo. L'ultima nostra speranza è in Dio che purtroppo finora non ci ha aiutati, ma che pure continuiamo a pregare perché se manca il conforto della fede in questo momento così terribile, tanto vale farla finita senz'altro con la vita.

Le sofferenze del carcere erano un paradiso in confronto a quanto andiamo incontro ed io ti assicuro invidio anche il galeotto. Comunque ormai il destino è segnato e salvo un miracolo non tornerò più a casa. Sono ormai totalmente rassegnato e così mia mamma e mia sorella (poverette). Non mi spaventerei nep­pure se dovessero fucilarmi tra un'ora...

Il destino non è stato certo molto favorevole con me e, dopo avermi sottoposto a prove di per se stesse molto dure, ha voluto che per la nequizia degli uomini io fossi posto di fronte a quanto di più tremendo si possa immaginare. Mi piego con rassegnazione alla volontà del destino e di Dio, addolorato più che per me, per la mia mamma e per mia sorella, che pur avendo un morale elevatissimo e fatalistico come il mio, non meritavano una sorte così tremenda. La vita finora non mi ha offerto molti piaceri e pur avendo incontrate molte difficoltà mi ero rassicurato che infine anche questa prova della vita avrebbe avuto un termine ed io avrei pure potuto godere le bellezze della vita.

Viceversa mi trovo qui a scrivere il mio testamento spirituale. Qui non abbiamo più neppure un nome, ma soltanto un numero, come gli animali. I giorni trascorsi in carcere non mi avevano affatto addolorato perché mi facevano fare una grande ed utile esperienza, ma ora... quasi piangerei la mia vita che a 23 anni viene posta al suo estremo limite, se non fosse invece che colla morte nel cuore devo tenere allegri e fare coraggio ai miei ed altri disgraziati che sono con me (persino vecchi 90enni). Penso anzi che la morte non è poi così terribile anche se affrontata con piena lucidità di mente, ma con piena rassegnazione.

Il treno corre non troppo veloce ma inesorabile verso i confini. Cara Lucia godi la vita fin che puoi e più intensamente che puoi cerca di non avere rammarichi! Vedi che la morte può giungere quando meno te l'aspetti. Meglio non avere rammarichi; mai come adesso capisco la verità del carpe diem oraziano. Vedi come nella vita si mutano le idee ed i principi!

Ormai devo terminare questo breve scritto che ha poche probabilità di giungerti. Ti allego un breve appunto che deve servire da mio testamento proforma e che ti prego di gentilmente eseguire.

Salutami ancora una volta tutta Chivasso e gli amici e fai sapere a tutti la nostra morte. Se avrò tempo ti aggiungerò anche un breve rigo per Giulio che ti prego di salutare con tutto il mio affetto dato che pur nel breve tempo della nostra amicizia ha saputo dimostrarmi di essere il mio migliore amico. A te mando il mio ultimo e affettuoso saluto, ricordando le belle ore trascorse che hanno illuminato per un istante il grigiore della mia vita col loro raggio.

Addio, Lucia, addio...

Mino146.

Se Abramo Segre, morto ad Auschwitz, non aveva «neppure più un nome, ma soltanto un numero, come gli animali», per pressoché tutti gli ebrei la sopravvivenza in clandestinità dipese anche dalla loro capacità di contraffazione della propria identità: nome «ariano» falso (in genere di persone residenti a sud della linea del fronte), configurazione falsa (malato, se falsamente ricoverato in ospedale; domestica, se nascosta presso una famiglia; lontano cuginetto, se ospitato da una famiglia con bambini, ecc.) e spesso religione falsa (le cui preghiere e i cui riti vennero rapidamente appresi alla perfezione dai bambini nascosti nei conventi) 147. L'identità posseduta - quella anagrafica e, per gli ebrei «effettivi», quella personale - costituiva in un certo senso il pericolo maggiore; il suo svelamento - per errore, stanchezza o ingenuità propria, per cattiveria degli altri, per furbizia dell'arrestatore - poteva automaticamente condurre alla morte, alla fine di tutte le identità vere e false.

Oltre ai deportati e a quanti riuscirono a raggiungere la Svizzera o a portarsi a sud della linea del fronte, circa ventinovemila persone classificate «di razza ebraica» vissero in clandestinità (talora dopo un bre ve periodo di arresto) fino alla liberazione delle città e delle campagne che le ospitavano. Di esse un migliaio partecipò alla lotta partigiana. Ciascuna vicenda individuale o famigliare fu simile e differente dalle altre, a seguito del sempre diverso incrocio tra spirito d'iniziativa personale, soccorso ebraico, soccorso non ebraico, casualità. In assenza di ricerche complessive, sembra non inutile proporre i primi risultati di uno studio ancora in corso, concernente l'analisi sistematica delle vicende di centoquarantanove ebrei salvati, di varie età e condizioni fisiche, con la necessaria avvertenza che, trattandosi di vicende scelte con criteri casuali, i dati risultanti forniscono un'esemplificazione della realtà e non una sua rappresentazione proporzionale. Di questi centoquarantanove salvati, ventuno furono arrestati, ma poi vennero rilasciati perché non riconosciuti ebrei o per altri motivi (sei casi) o rimasero reclusi fino alla liberazione (quindici casi); trentacinque utilizzarono un solo nascondiglio e sessantacinque più nascondigli; trentasei usufruirono di documenti falsi; trentanove furono costretti alla fuga una volta e dieci più di una volta; ventisei riuscirono a rifugiarsi in Svizzera (sei dei quali al secondo tentativo) e altri dieci tentarono ma furono respinti; diciassette furono partigiani e cinque collaborarono al soccorso di altri ebrei; quarantadue usufruirono dell'aiuto determinante di uno o più soccorritori non ebrei148. Poiché tutti gli ebrei furono impegnati nella strenua difesa del proprio diritto alla vita e poiché il progetto politico del Terzo Reich e della Rsi era ormai quello di revocarglielo, è possibile affermare che gli ebrei furono di fatto impegnati in un'azione politica antifascista e antinazista.

Alcuni di loro si dedicarono inoltre alla difesa collettiva delle vite degli altri ebrei o alla lotta diretta contro i nazifascisti. Alla prima di esse parteciparono in modo particolare alcuni rabbini (tra gli altri, Nathan Cassuto e Riccardo Pacifici, poi arrestati anche a causa di questo impegno e morti in deportazione) e un gruppo di attivisti riuniti attorno alla Delasem. Questa, diretta da Lelio Vittorio Valobra e poi (dopo il suo passaggio in Svizzera nel novembre 1943) dal genovese Massimo Teglio, riuscì a garantire un certo afflusso di fondi dalla Svizzera e una loro distribuzione in varie località per l'acquisto di documenti falsi, generi alimentari, medicine, vestiario di lana, legna per il fuoco, ecc. Nelle singole città l'assistenza faceva capo a vecchi collaboratori della Delasem o a nuovi soccorritori; in particolare a Roma (parzialmente isolata da Genova e però particolarmente popolata da ebrei bisognosi di tutto) operava Settimio Sorani. Tra gli altri vanno ricordati per lo meno Raffaele Jona, che effettuò vari viaggi clandestini tra Torino e la Svizzera, e il responsabile bolognese Mario Finzi, poi morto in deportazione. La loro opera permise la sopravvivenza e la permanenza in clandestinità di alcune migliaia di braccati, in particolare ebrei stranieri ed ebrei italiani poveri o totalmente soli149.

Va però tenuto presente che questi soccorritori ebrei poterono operare con qualche successo solo perché altri italiani di varia condizione, classificati «di razza ariana» dalla normativa fascista, integrarono e sostennero la fragile e dispersa rete della Delasem. L'apporto più consistente fu dato da alcuni esponenti cattolici, a cominciare dall'arcivescovo di Genova Pietro Boetto (il quale ricevette alcune consegne direttamente da Valobra e ne affidò l'esecuzione al proprio segretario Francesco Repetto) e dal cappuccino Benoit-Marie a Roma150.

Gli episodi di salvataggio furono innumerevoli e riguardarono talora gruppi famigliari assai numerosi. Descrivendo la vicenda di circa settanta ragazzi e ragazze ebrei stranieri che la Delasem era riuscita a far entrare in Italia e a collocare in una villa del comune modenese di Nonantola, Klaus Voigt ha rimarcato come, appena due giorni dopo l'annuncio dell'8 settembre,

i ragazzi avevano già abbandonato Villa Emma ed erano stati nascosti, alcuni nel seminario annesso all'abbazia di Nonantola, altri presso contadini e artigiani in paese o nei dintorni. L'aiuto spontaneo che ricevettero dalla popolazione di Nonantola fu determinante e permise loro, cinque settimane dopo, di rifugiarsi in Svizzera. [...1 Non vi fu in Italia alcun altro caso in cui un numero tanto consistente di ragazzi o anche di adulti venisse nascosto entro così breve tempo in un'unica località151.

L'impegno di queste e molte altre persone152 permette oggi di affermare che nella popolazione della penisola, per il 999 per mille classificata «ariana», si svolse in quei mesi un duro confronto tra gli «italiani mala gente» - gli arrestatori, i delatori, gli acquiescenti, i noncuranti - e gli «italiani brava gente» - i soccorritori attivi, i caritatevoli, i solidali, i giusti. Non è quindi possibile qualificare l'insieme della popolazione né con l'una né con l'altra definizione (peraltro, in entrambi i casi, verrebbe commessa una grave ingiuria ai danni degli appartenenti al secondo gruppo).

Altri ebrei si impegnarono nella lotta direttamente offensiva contro i repubblichini e i nazisti. Già il 9 settembre 1943 Emanuele Artom (poi ucciso dopo l'arresto) annotò sul suo diario: «La radio tedesca annunzia che verranno a vendicare Mussolini. Così bisogna arruolarsi nelle forze dei partiti e io mi sono già iscritto 153».

Come lui, numerosi ebrei raggiunsero le formazioni partigiane in montagna o, in minor numero, parteciparono all'azione antifascista nelle città154. Alcuni ebbero importanti incarichi nelle strutture dirigenti della Resistenza: l'azionista Leo Valiani e il comunista Emilio Sereni furono nominati il 29 marzo 1945 membro effettivo e mem­bro supplente per i rispettivi partiti nel Comitato esecutivo insurrezionale, incaricato dal Comitato di liberazione nazionale per l'Alta Italia di sovrintendere all'ormai imminente insurrezione155; il comunista Umberto Terracini fu segretario della Giunta provvisoria di governo costituita nel settembre-ottobre 1944 nell'Ossola liberata (successivamente, nel giugno 1946, venne eletto all'Assemblea costituente della quale fu uno dei vice presidenti e poi - dal febbraio 1947 - il presidente). La maggior parte dei resistenti ebrei aderì al Partito d'azione e a quello comunista e fece quindi parte delle formazioni «Giustizia e libertà» o «Garibaldi», con una suddivisione più o meno paritaria tra le due componenti.

Essi apportarono al movimento di liberazione il proprio specifico bisogno di libertà, giustizia e solidarietà e le loro riflessioni su tali problemi; ma si presentarono e furono accolti quali combattenti uguali agli altri. Accettando l'«iscrizione» di Emanuele Artom e degli altri ebrei in quella sorta di esercito nazionale volontario che fu il movimento partigiano, i «partiti», ossia le organizzazioni politiche antifasciste, ripristinarono la vicenda storico-nazionale italiana che il fascismo e la monarchia avevano spezzato e calpestato con la legislazione del 1938156.

Questo bisogno e questa assicurazione di eguaglianza (per se stessi e per tutti) costituirono forse il motivo principale (allo stesso tempo materiale e ideale) che spinse tanti ebrei a prendere le armi. Alcuni di loro tornarono appositamente dai luoghi di emigrazione o di rifugio (Enzo Sereni, poi morto in deportazione, era in Palestina; Gianfranco Sarfatti, poi ucciso in combattimento, era in Svizzera e come loro vari altri); e questa radicalità nell'adesione fu forse la principale caratteristica del contributo ebraico alla Resistenza. A mio parere, essa costituisce anche la spiegazione del fatto che tra i resistenti ebrei vi era - rispetto all'insieme del movimento partigiano - una maggiore presenza delle classi di età meno giovani157. Peraltro, il contributo ebraico alla Resistenza armata fu un contributo dato da singoli, mai caratterizzato in senso collettivamente ebraico.

In complesso questi ebrei (compresi gli ebrei italiani che fecero parte delle missioni clandestine britanniche e statunitensi o delle truppe che risalirono la penisola, ed esclusi gli altri ebrei americani, inglesi, ecc. e quelli palestinesi inquadrati nella Brigata ebraica) furono circa un migliaio158, comprese alcune decine di ebrei stranieri159. Il numero delle donne ebree combattenti fu particolarmente basso; ciò a mio parere perché su esse gravava maggiormente la vita dei familiari e perché proprio la loro condizione di clandestine impediva il loro impegno nell'attività di «staffetta» (per lo stesso motivo pochi ebrei furono «gappisti»). I caduti furono novantasette (comprese le triestine Silvia Elfer e Rita Rosani e la torinese Vanda Maestro), in maggioranza uccisi in combattimento o poco dopo l'arresto, ma anche nei campi di Mauthausen e Dachau, dove erano stati deportati per motivi politici, e in quelli di Auschwitz e (dal dicembre 1944) Flossemburg, dove erano stati deportati perché riconosciuti come ebrei dopo l'arresto160. Uno di loro così aveva delineato il futuro proprio e altrui nella lettera inviata ai genitori in Svizzera al momento di salire in montagna:

Sapete già che faccio quello che faccio non per capriccio o per spirito di av­ventura: il mio modo di vivere e il perché del mio vivere da molti mesi non cerca di essere che un tuffarsi nell'umanità partecipando alla sua vita, dura o lieta che sia. Se non agissi così rinnegherei me stesso, rimarrei privo di guida, avvilito, annientato: e quindi rinnegherei anche voi stessi che mi avete dato vita ed educazione. [...] Pensate che mentre sembra che tutto il mondo crolli e che le rovine debbano sommergere tutto, i vostri figli, per vie diverse è vero, guardano al futuro e alla ricostruzione futura dando a questa tutte le loro forze.

Voi soffrite, ma milioni di genitori sono stati e sono tutt'ora in ansia; e questo non deve più essere. E come io ho riconosciuto il vostro dolore nel dolore di tutti i padri e di tutte le madri sofferenti, voi dovete riconoscere i vostri figli in tutti i bambini e in tutti i giovani che sono nati in questo mondo travagliato161.

Tra aprile e maggio 1945, gli Alleati e le Resistenze europee misero definitivamente fine al fascismo, al nazismo e ai tremendi sviluppi delle loro politiche antiebraiche. Dilaniati dal contrasto tra il dolore per gli uccisi e la gioia per i vivi, gli ebrei d'Italia furono di nuovo liberi di esistere, di essere uguali, di avere una loro identità162.



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NOTE

135 La diversità tra la percentuale qui proposta e quella del 21 per cento risultante dalla ri­cerca in L. PICCIOTTO FARGION, Il libro della Memora, Milano, Mursia, 1991 (il 27 per cento indicato a p. 26 è infatti un evidente errore di stampa) è dovuta a vari fattori; il principale è la differente definizione della popola­zione ebraica di riferimento per il calcolo di detta percentuale: a mio parere essa comprende tut­ti coloro che erano presenti all'inizio del nuovo periodo persecutorio, secondo Picciotto Fargion (si veda ibid., pp. 26, 805-6) essa comprende solo coloro che rimasero presenti fino alla fine del periodo persecutorio, cioè non comprende coloro che si rifugiarono in Svizzera od oltrepassa­rono la linea del fronte a sud. Per la suddivisione delle vittime secondo l'età, il sesso, la pro­vincia e il mese di arresto, il campo di destinazione, ecc. si veda ibid., pp. 27-33.

136 Pur non essendo possibile operare confronti precisi, si deve osservare che la consistenza dei convogli di deportazione riservati agli arrestati aventi un genitore o il coniuge classificato «ariano» fu relativamente bassa (si veda ibid., pp. 51-53, 831. 86o-61, 863) e che tale sembra essere stato anche il numero di perseguitati di tale categoria deportati con gli altri convogli (cfr. anche supra, nota 38).

137 Pur non essendo possibile stabilire una corrispondenza automatica tra «nato fuori d'Ita­lia» e «non in possesso di cittadinanza italiana», occorre tenere conto del fatto che la percen­tuale dei «nati fuori d'Italia» sul totale dei deportati e degli uccisi nella penisola (si veda L. PICCIOTTO FARGION, Il libro cit., p. 27) è pari a circa il doppio della percentuale degli stranieri sul totale dei perseguitati presenti nel settembre 1943 (circa 8ooo su 43 000). Si veda anche K. VOIGT, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, La Nuova Italia, Firenze, 1993-96, vol. II, pp. 461, 465.

138 Y. KEREM, Corfiote Triestians: a Jewish diasporiccommunity from Greece, in Proceedings of the Eleventh World Congress of Jewish Studies, B The History of the Jewish People, vol. III, Jerusalem 1994, p. 190.

139 Il `44 ed il `45 a Firenze nel diario di Giulio Supino (I) in “ettra ai compagni”, XVI, n 8-9 8luglio-agosto 1984., p. vi dell'inserto.

140 F. BAROZZI, I percorsi della sopravvivenza. Salvatori e salvati durante l'occupazione nazista di Roma (8 settembre 1943 - 4 giugno 1944), in «RMI», LXIV, n. 1 (gennaio-aprile 1998) 1 pp- 95-144.

141 M. SARFATTI, La deportazione e l'annientamento dei rabbini e dei hazanim d'Italia, in Memoria della persecuzione degli ebrei. Con particolare riguardo alla Toscana, Anfim, Firenze 1989, pp. 21-23. Cfr. anche s. SIERRA, Intervento, in Aspetti religiosi della Resistenza. Atti del convegno nazìonale (Torino, 18-19 aprile 1970), Aiace, Torino 1972, pp. 57-62.

142 Per gli ebrei romani, che solo per «un'infima minoranza» si misero in salvo prima del 16 ottobre 1943, si veda F. BAROZZI, I percorsi cit., pp. 97-107; citazione a p. 101.

143 Stando anche alla documentazione resa nota dalla stessa Santa Sede, questa non effettuò alcuna protesta pubblica per la generalità delle vittime della retata nazista effettuata a Roma il 16 ottobre 1943, limitandosi a presentare quello stesso giorno un'ambigua nota orale ufficiosa all'ambasciatore tedesco (Actes et documenta du Saint Siege cit., vol. IX , pp. 505-6;1'appunto n. 370 riportato ibid., p. 507 con la data «octobre 1943 » fu a mio parere redatto non prima del 27 ottobre: cfr. ibid., pp. 525-26). Il 26 novembre essa presentò allo stesso ambasciatore una nota scritta «confidenziale» di appoggio all'esplicita protesta scritta ufficiale («non sono miei fedeli, ma la carità di Cristo e il senso di umanità non conoscono limiti») indirizzata alle autorità tedesche del Litorale adriatico dal vescovo triestino Antonio Santin; P. ZOVATTO, Il vescovo Antonio Santin e il razzismo nazifascista a Trieste (1938-1945), Rebellato, Quarto d'Altino 1977, pp. 51-54; citazione a p. 52; Actes et documenta du Saint Siege cit., vol. IX, p. 578. Relativamente alla decisione italiana del 30 novembre di procedere agli arresti, vi è notizia dell'incarico del cardinale Maglione a un generale affinché «prega[ssel il maresciallo Graziani d'intervenire presso Mussolini a favore degli ebrei» e della comunicazione infine data il 19 dicembre dall'incaricato: «Mussolini ha disposto che non s'inquietino le famiglie miste: altre modificazioni sarebbero pure allo studio» (ibid., p. 611). Lontano da ogni polemica, e con riferimento agli ebrei «effettivi», occorre notare che le caratterizzazioni date dalla Santa Se­de agli interventi diplomatici sopradescritti non potevano comunque consentire loro di costi­tuire una qualche «difesa degli ebrei»; invece, e nonostante i suoi risultati, «degna di essere ricordata» è l'iniziativa del vescovo triestino (S. BON GHERARDI, La persecuzione antiebraica a Trieste (1938-1945), Del Bianco, Udine, 1972, p. 242). Per «l'Osservatore romano» del 3 dicembre 1943 si veda infra, nota 152.

144 E. M. SMOLENSKY e v. VIGEVANI JARACH, Tante voci, una storia. Italiani ebrei in Argentina 1938-1946, Il Mulino, Bologna, 1998, pp. 300-1 (diario di Salvatore Segre, riportato dalle autrici in «versione abbreviata»).

145 ACDEC, Fondo Raffaele Jona, b. 1, fase. 1, relazione su Gli ebrei nella Repubblica sociale italiana, contenuta in una relazione di Raffaele Jona del 2 marzo 1945; la relazione sulla Rsi fu redatta da Giorgina Segre (il documento è riportato integralmente infra, Appendice 5). Cfr. anche M. SARFATTI, Raffaele Jona ed il soccorso agli ebrei del Piemonte durante la Repubblica sociale italiana, in A. LOVATTO (a cura di), Dalle leggi razziali alla deportazione. Ebrei tra antisemitismo e solidarietà. Atti della giornata di studi Torrazzo, 5 maggio 1989, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Vercelli, Borgosesia 1992, pp. 55-73.

146 Lettera conservata in ACDEC, AG, nuove accessioni e riportata in L. PICCIOTTO FARGION, Ultime lettere di ebrei deportati dall'Italia, in A. L. CARLOTTI (a cura di), Italia 1939-1945. Storia e memoria, Vita e Pensiero, Milano 1996, pp. 469-70. Altre «ultime lettere» in L. PICCIOTTO FARGION, L'occupazione tedesca e gli ebrei di Roma, Roma: Carucci, 1979, pp. 117-48.

147 Per una descrizione meglio articolata si veda F. BAROZZI, I percorsi cit., pp. 139-40.

148 Ringrazio Gigliola Colombo Lopez per avermi consentito di utilizzare questi primi risultati dello studio che sta conducendo. Tra le tante narrazioni della sopravvivenza ebraica nell'Italia repubblichina, quella di K. ELSBERG, Come sfuggimmo alla Gestapo e alle SS. Racconto autobiografico, Le Chàteau, Aosta 1999, pp. 64-78, concernente una coppia di stranieri con un neonato, descrive bene l'intreccio di gioie e disperazioni, nonché la condizione generale di «tormentosa incertezza».

149 Per una sintesi storica dell'attività della Delasem nel 1943-45 si veda K. VOIGT, Il rifugio cit., vol. II, pp. 491-511. Su alcuni suoi esponenti si veda A. STILLE, Uno su mille cit., pp. 253-318 (su Teglio); s. SORANI, L'assistenza cit.; R. PERI, Mario Finzi (Bologna, 1913-1945, Auschwitz) o del buon impiego della propria vita, Barghigiani, Bologna 1995; M. SARFATTI, Raffaele Jona cit. Del tutto opposto fu l'operato di due ebrei che denunciarono decine di loro conoscenti alle polizie fascista e nazista (cfr. S. ZUCCOTTI, L'Olocausto cit., pp. 205-10); come ha osservato Cesare Musatti, «sono situazioni orrende, ma quando si verificano trovano una loro spiegazione. Benché gli ebrei ci si siano abituati da secoli, fare il perseguitato è un mestiere molto difficile. E vi è chi, non reggendo una tale situazione, cerca comunque una via di uscita, anche solidarizzando con il persecutore», C. MUSATTI, Mia sorella gemella la psicoanalisi, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 150.

150 L'azione di soccorso generosa ed efficace degli esponenti cattolici qui menzionati e di altri (tra i quali gli arcivescovi di Torino Maurilio Fossati e di Firenze Elia Dalla Costa) non ebbe alle spalle una «direttiva» papale; cfr. anche S. ZUCCOTTI, Delasem and the Rommn Catholic Clergy. A Paradigm of Cooperation between Jews and non-Jews in German-occupied Italy, relazione al convegno Europe under Nazi Rule and the Holocaust (Varsavia, 29 agosto - 1 settembre 1999). Va registrato che alcuni ebrei romani hanno testimoniato di non essere stati accolti da istituti religiosi cattolici, in genere perché «non avevamo la possibilità di pagare» (F. BAROZZI, I percorsi cit., p. 13o; anche M. SCIALOIA, Quelle suore pagate io le ho, in «l'Espresso», 2 aprile 1998, pp. 76-77). Tali episodi risultano essere stati «rari» (F. BAROZZI, I percorsi cit., p. 132), ma - affiancati ai soccorsi negati da non religiosi - fecero anch'essi parte della tragica situazione dell'epoca.

151 K. VOIGT, I ragazzi cit., p. 241 (un'altra situazione di soccorso ampio e immediato si ve­rificò il 16 ottobre 1943 a Roma; essa però differì da quella qui descritta perché avvenne in occasione di una retata - e senza poterla impedire). L'italiano non ebreo che salvò il maggior numero di ebrei fu Giorgio Perlasca, attivo a Budapest tra la fine del 1944 e gli inizi del 1945. Egli, fascista e volontario franchista in Spagna, ma non repubblichino, protesse efficacemen­te dalla deportazione varie migliaia di ebrei; E. DEAGLIO, La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca, Feltrinelli, Milano 1991; G. PERLASCA, L'impostore, Il Mulino, Bologna 1997. Anche per la penisola vi è testimonianza di alcuni fascisti che salvarono ebrei; F. BAROZZI, I percorsi cit., pp. 111-13, 118; U. TERRACINI, Intervista sul comunismo difficile, Laterza, Bari 1978, pp. 129-30.

152 L'azione di soccorso fu stimolata e sostenuta da articoli della stampa clandestina antifascista. A seguito della razzia del 16 ottobre 1943 a Roma, «L'Italia libera», organo del Partito d'azione, scrisse il 17 ottobre: «I tedeschi vorrebbero convincerci che costoro ci sono estranei, che sono d'un'altra razza; ma noi li sentiamo come carne nostra e sangue nostro: con noi hanno sempre vissuto, lottato e sofferto. Non solo gli uomini validi, ma vecchi, bimbi, donne, lattanti, tutti sono stati stipati in carrettoni coperti ed avviati così al loro destino. Non c'è cuore che non frema al pensiero di quel destino»; e l'edizione romana del giornale comunista «l'Unità» del 26 ottobre: «Lo spirito di solidarietà del popolo italiano verso questi infelici, manifestatosi à in varie forme, al tempo della campagna razzista fascista, domanda giustizia e vendetta di ronte a questo spaventoso delitto commesso contro uomini inermi e innocenti, che si vogliono isolare dal resto della popolazione col barbaro pretesto di una inferiorità razziale, esistente solo nelle perverse ossessioni di Hitler». A seguito dell'ordine di arresto del 30 novembre 1943, quest'ultimo giornale scrisse il 7 dicembre, sotto il titolo Le persecuzioni anti-ebraiche debbono essere impedite: «I Romani non possono permettere che tale disegno venga attuato e i cattolici romani non possono limitarsi a deplorarlo. Non si deve tollerare che si ripeta in Roma l'orrendo misfatto di intere famiglie innocenti smembrate e deportate a morire di freddo e di fame chi sa dove. C'è un senso di solidarietà umana che non si può offendere impunemente. Queste vittime infelici della bestiale rabbia nazifascista debbono essere non solo soccorse perché si sottraggano alle ricerche e alla cattura, ma anche attivamente e coraggiosamente difese». Intervenendo sullo stesso tema, «l'Osservatore romano» del 3 dicembre, dopo aver rimarcato che «la responsabilità non proviene dalla nascita, ma dalla volontà ed emerge dai fatti» e che tra i colpiti dal provvedimento «esistono pur sempre e nella massima maggioranza degli estranei a qualsiasi responsabilità», aveva dato un'indicazione allo stesso tempo precisa e sommessa: «è [...] imprescindibile il meritarsi la bontà e l'aiuto di Dio con la carità verso tutte le sue creature» e «abbiamo bisogno della protezione di Dio, della sua indulgenza, del suo invincibile soccorso. Tutti, individui e popoli. Vediamo di essere giusti e misericordiosi, di rendere i nostri debiti così da averli rimessi a nostra volta con giustizia e misericordia».

153 E. ARTOM, Diari gennaio 1940 – febbraio 1944, Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Milano 1966, pp. 73, 76.

154 Sulla partecipazione degli ebrei alla Resistenza in Italia si veda C. FORMIGGINI, Stella d'Italia Stella di David. Gli ebrei dal Risorgimento alla Resistenza, Mursia, Milano, 1970, p. 59 ; L. PICCIOTTO FARGION, Sul contributo di ebrei alla Resistenza italiana, in «RMI», XLVI, n. 3-4 (marzo-aprile 198o), pp. 132-46; M. SARFATTI, Ebrei nella Resistenza ligure, in La Resi­stenza in Liguria egli Alleati. Atti del convegno di studi, Consiglio regionale della Liguria, Istitu­to storico della Resistenza in Liguria, Genova 1988, pp. 75-92. Sulla questione della Resisten­za e l'aiuto agli ebrei si veda M. TOSCANO, Gli ebrei in Italia cit., pp. 937-43; M. SARFATTI, Raffaele Jona cit.

155 P. SECCHIA, Aldo dice: 26 X 1. Cronistoria del 25 aprile, Feltrinelli, Milano 1963, pp. 43-44.

156 La specifica vicenda ebraica-italiana impedisce quindi di individuare nel l'8 settembre 1943 la «data della morte della patria» (a meno che ci si riferisca alla «patria antisemita»). Per questo motivo, e per il fatto «tecnico» che gli italiani ebrei non ebbero (per ovvi motivi) la possibilità di scegliere in quale delle due parti in lotta schierarsi, si deve concludere che, per il complesso degli italiani, il periodo in questione non ebbe le caratteristiche di una «guerra civile».

157 Il complesso dei partigiani italiani era nato per il 46,3 per cento nel 1920-25 e per il 40,8 per cento nel 1910-19 e nel 1926-27; L. VALIANI, La Resistenza italiana, in ID., Scritti di storia. Movimento socialista e democrazia, SugarCo, Milano 1983, p. 453. Per quanto concerne lo specifico gruppo degli ebrei, ho potuto osservare che, tra i caduti, i nati nei tre periodi erano rispettivamente intorno al 29, al 35 e al 6 per cento; anche il gruppo dei partigiani ebrei liguri ebbe caratteristiche di questo tipo; M. SARFATTI, Ebrei nella Resistenza ligure cit., p. 89.

158 Ibid., p. 76, nota 2. I certificati di «partigiano combattente» rilasciati in Italia dopo la guerra furono 233 000; cfr. L. CEVA, Considerazioni su aspetti militari della Resistenza (1943-945), in «Il presente e la storia», n. 46 (dicembre 1994), p. 55. Il dato di «circa un migliaio» da me proposto comprende - in minor parte - anche altre categorie di resistenti.

159 Si veda K. VOIGT, Il rifugio cit., vol. II, pp. 489-91.

160 Un primo elenco di novantaquattro caduti è in M. SARFATTI, Gli ebrei nella Resistenza, in «Bollettino della comunità ebraica di Milano», L, n. 4 (aprile 1995), p. 26.

161 G. FORMIGGINI, Stella d'Italia cit., pp. 357-58; lettera di Gianfranco Sarfatti ai genitori, 13 agosto 1944. All'ansia e alla sofferenza dei genitori facevano da specchio quelle dei figli; un partigiano, i cui familiari erano in Italia, così commentò sul proprio diario la notizia dell'ordine repubblichino di arresto generalizzato degli ebrei: «Che cosa ne sarà della mia famiglia? Forse non vedrò più né mio padre né mia madre. In questo caso chiederò al comandante di essere mandato in una missione tale da essere ucciso», E. ARTOM, Diari cit., p. 97 (1° dicembre 1943).

162 Per la storia successiva degli ebrei italiani si veda intanto M. SARFATTI (a cura di), Il ritorno alla vita: vicende e diritti degli ebrei in Italia dopo la seconda guerra mondiale, Giuntina, Firenze 1998; M. TOSCANO (a cura di), L'abrogazione delle leggi razziali in Italia (1943-1987). Reintegrazione dei diritti dei cittadini e ritorno ai valori del Risorgimento, Senato della Repubblica, Roma 1988.