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Guido Weiller, La bufera - Una famiglia di ebrei milanesi con i partigiani dell'Ossola, La Giuntina, Firenze, 2002


NUOVA RESISTENZA UNITA – Settembre 2002 - Pag. 3 (Novara)

RECENSIONE

La bufera: figure e momenti della nostra storia La Resistenza in Ossola e Cusio e il capitano Beltrami nel libro di ricordi di Guido Weiller.



Il 15 agosto scorso è mancata nella sua casa di Genova la signorina Vittoria Schunnach, che con i genitori e la sorella Grazia, scomparsa qualche anno fa, nell'autunno del 1943 si allontanò da Genova per sfuggire alle persecuzioni anti-ebraiche e trovò riparo a Piana di Forno in Valstrona, sotto la protezione del "Capitano", fino all'inizio del 1944. La famiglia Schunnach riuscì poi a trasferirsi a Egro dove stette nascosta fino alla Liberazione. Vittoria Schunnach nel 1975 ha scritto una memoria di quel periodo, che mi ha consegnato quando ho avuto l'occasione di conoscerla insieme alla sorella nel 1994. Questa memoria è stata poi pubblicata su "Le Rive" (n. 5, anno XIX, settembre-ottobre 1995, pp. 29-35) con una mia introduzione e i disegni della giovane Grazia Schunnach, che si sarebbe poi affermata come valente pittrice.

A questa memoria e a queste persone fa riferimento Guido Weiller a p. 160 del suo bel libro di ricordi. Era proprio la famiglia Schunnach che la sorella di Guido, Silvana, e Giuseppe (così veniva chiamato il sottufficiale inglese che si trovava con il Capitano) avevano scoperto a Piana di Forno e che avevano ritenuto impossibile far passare in Svizzera.

La famiglia Schunnach e la famiglia Weiller sono le due famiglie ebree (altre forse ce ne furono, ma non se ne ha ricordo) che trovarono rifugio fra il Cusio e 1'Ossola nelle valli e nelle alpi di volta in volta "controllate" dal Capitano e dai suoi uomini.


I genitori e la sorella di Guido sarebbero poi riusciti, con un'incredibile traversata alpina a raggiungere la Svizzera da Campello Monti, mentre Guido decideva di rimanere con il Capitano per essere poi costretto a "passare" in Svizzera anche lui, dopo una sfortunata spedizione in Valgrande, a causa anche delle sue precarie condizioni di salute.

Ma questi non sono che due episodi del dettagliato e vivace racconto autobiografico che noi troviamo nel libro "La Bufera", racconto che si dipana su un arco di una decina d'anni; racconto che inizia nella Milano fascista, che ha il suo "epicentro" narrativo ed emotivo nelle settimane trascorse a Quarna e a Campello Monti con i partigiani, e che termina, dopo la parentesi svizzera, nella Milano liberata.

Un bel libro. Una storia che si distingue da tante altre simili almeno per due caratteristiche. La prima sta nella scelta del giovane Guido, allora diciottenne, di non accettare il ruolo di ebreo rifugiato, in attesa di "passare" in Svizzera, ma di collaborare attivamente con i partigiani, dimostrando coraggio e una non comune e preziosa capacità di risolvere svariati problemi tecnici e organizzativi che via via si presentavano nella vita partigiana, capacità che avrebbe poi continuato a dimostrare nella vita professionale.

La seconda caratteristica sta nel modo di raccontare. Guido riesce a ritornare su quanto a lui e alla sua famiglia e accaduto, con lo sguardo di allora, con le emozioni di allora, prima di un ragazzino, poi di un adolescente, che, come tanti altri, le tragiche e straordinarie vicende viste o vissute hanno fatto diventare uomo in fretta. Tutto è narrato senza retorica, senza autocommiserazioni, senza compiacimenti, talora anche con ironia e autoironia, sempre con grande onestà.

I personaggi di questa vicenda, dai suoi familiari e amici, ai partigiani, fino al Capitano sono ritratti non nel gesto eroico o tragico, nelle parole che passano alla storia, ma nello scorrere della quotidianità. Il che non ne dissacra l'immagine, ma anzi ce ne restituisce tutta l'umanità.

Queste peculiarità della memoria di Guido erano già emerse sia nell'intervista che ha rilasciato a suo tempo a Mauro Begozzi per il libro "Il signore dei ribelli", sia nella sua partecipazione al film "Non c'é tenente né capitano" e ne fanno sicuramente un ottimo narratore della Resistenza ai giovani, a coloro che hanno oggi l'età che lui aveva allora.

Io ho conosciuto Guido Weiller, anzi l'ingegnere Guido Weiller, quasi agli inizi della mia vita lavorativa in Ansaldo, alla fine degli anni `70. Facevamo parte di uno stesso gruppo di lavoro. Dopo qualche riunione, Guido, mi chiese di dove ero originario. Io gli risposi che ero originario di Omegna.Al che mi chiese se non ero per caso parente di Filippo Beltrami, il Capitano che lui aveva conosciuto durante gli anni della guerra. Quando gli dissi che ero uno dei figli, si commosse per la coincidenza inaspettata e iniziò a narrarmi pezzi della vicenda che oggi ritroviamo nel libro "La Bufera".

Da quel momento, anche su mio stimolo, riemerse il Guido Weiller partigiano, che per molti anni, come molti altri, per modestia e forse anche per qual "cruccio" di cui parla nelle ultime pagine del libro, era rimasto nell'ombra. Guido riprese i contatti con alcuni compagni di allora, con alcuni uomini della "Beltrami" e col loro aiuto riuscì anche a completare il mosaico della sua memoria a cui mancavano alcune tessere e alcuni nessi logici.

Quando leggiamo testi di memorialistica che riguardano eventi a cui abbiamo partecipato o che ben conosciamo per averli a lungo studiati, siamo spesso portati a criticarli, a riscontrare le inesattezze, le omissioni, quando non la "faziosità" e non pensiamo a quante omissioni a quante inesattezze a quanta "faziosità" possa esserci anche nella nostra memoria o nelle nostre ricostruzioni e non ricordiamo le bellissime pagine in cui Stendhal narra come il giovane Filippo del Dongo poco o nulla comprendesse della battaglia di Waterloo a cui stava partecipando.

Del resto lo stesso Guido Weiller, in questo libro, in cui non ho in verità riscontrato inesattezze e omissioni e che mi pare assolutamente privo di faziosità, riconosce che solo negli anni del dopoguerra lui e i suoi familiari "classificarono, inconsciamente, gli avvenimenti di allora come singole maglie di una lunga catena di eventi che cominciava con quanto accaduto subito dopo l'emanazione delle leggi razziali, che continuava ad allungarsi nelle complesse vicende del dopo-Campello, che si allungava negli anni del dopoguerra...".

Michele Beltrami